letture

L’amore altrove: salvarsi dall’inferno se l’inferno è la famiglia

Cynthia Collu, vincitrice del Premio Berto nel 20o0, torna ai suoi lettori con una nuova potente storia sulla dimensione malata dei legami di sangue

di Serena Uccello


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3' di lettura

Licia, Giada, Amanda. Cynthia Collu, vincitrice del Premio Berto nel 2009, torna ai lettori e lo fa con una storia - L’amore altrove (DeA Planeta) - che ha tre voci, tre volti, che assai difficilmente possono essere dimenticati. Tre donne, anzi una bambini, una adolescente, una madre. Una famiglia, in questa storia c’è anche un marito e un padre, è Luca. Il male è il dolore scatenato dalla brutalità. Luca è un piccolo uomo, violento, malato di alcolismo. Figurina piatta e sbiadita. Amanda invece è alta, grossa, ingombrante. Ed è subito chiaro dalle prime pagine che la fisicità di Amanda è plastico rimando ad altro.

«Ero già grande e grossa, la pelle giallastra da eterna ammalata, un naso troppo corto per la mia faccia tonda, i capelli di nessun colore, sbiaditi come la cenere che si disperde in fretta sotto il fuoco, sbiaditi come la cenere che si disperde in fretta sotto il fuoco, i polpacci muscolosi, spalle e petto larghi da uomo. Solo gli occhi - mi dicevano - erano belli».

Amanda è una creatura aliena, si aggira fluida per le stanze della sua casa, e guarda altrove. Sembra una creatura di aria più che carne. Avvolgente per molti aspetti, ma allo stesso tempo come un palloncino che privo di agganci vola da una parete all’altra. Il nostro sguardo su di lei è quello della figlia Licia, nella prima parte del romanzo. Guardiamo il mondo di Amanda, la violenza del marito alla quale lei non si oppone, le sue fughe da casa, misteriose, attraverso gli occhi di sua figlia. Figlia amorevole che la segue, la accudisce, si preoccupa di seguirla nei suoi rocamboleschi giri per il quartiere - un quartiere della periferie milanese - per riportarla a casa. Licia soffre nell’assistere alle bizzarrie della madre, la sua incapacità di prendersi cura di sé, degli altri, quella sua mania di raccogliere vecchi giocattoli per aggiustarli, i suoi mal di testa. Licia è una figlia che è madre di sua madre e della sorella Giada. E per questa ragione Licia è arrabbiata, al punto da buttarsi via. Licia sfoga la sua rabbia dandosi a uomini sbagliati. Perché la distruzione attraverso il sesso? Lo scopriamo presto. Colpa di quell’uomo da niente del padre, essere inesistente fuori di casa, ignobile a casa, con la moglie che picchia, con le figlie che abusa.

Amanda e Licia hanno entrambe reazioni estreme. Amanda cerca le sue ali perdute. Letteralmente: fruga nei cassetti per cercare le sue ali. Licia sfida gli altri in un gioco al massacro in cui perde solo lei e trova in questa rabbia la forza per tenersi in piedi e tenere in piedi la madre e soprattutto la sorella. Ed è Giada forse l’unica le cui reazioni ci appaiono comprensibili. Giada odia il padre, e reagisce alle non reazioni della madre con frustrazione e quindi in qualche modo anche con odio. Non riesce a sopportare né ad accettare il dolore che le provava vederla così violata e remissiva ma non riuscendo a scuoterla, crede di odiarla. Fino a giorno in cui l’essere da niente - il padre - non precipita: qualcuno alcune pastiglie di un medicinale nel suo bicchiere di vino. Quanto basta a provocargli un malore e...Ora la voce è quella di Amanda. Ed allora conosciamo la storia della madre di Amanda e di Stella. Ed allora le fughe di Amanda hanno una ragione e un perché.

Per usare la frase riportata in quarta di copertina - «È facile essere buoni quando si è felici. Quando si soffre non lo è per niente» - potremmo dire che ed è facile raccontare una storia di sofferenza con la cifra della sofferenza, è molto più difficile invece farlo con lo sguardo trasognato di chi non dismette il bene.

Qui la scrittura è strumento, potente, di una trama che punta a snodare la dimensione malata dei legami di sangue. Un romanzo sentimentale nel senso della potenza dell’emotività che riesce a trasferire la crudezza persino delle immagini più violente senza perdersi o slabbrarsi. Un esempio? «Sai che una volta papà mi diceva che mi amava da morire? Adesso per fortuna non lo dice più. Mi metteva a disagio quando faceva quella faccia da stupido mentre lo diceva». Ecco come Giada racconta a Licia la violenza del padre.

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