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L'analisi dei dati è la nuova frontiera per commercialisti, avvocati e consulenti

Rorato (Osservatori Politecnico di Milano): «Pochi investono: funzioni standard guardano a efficienza, ma con analisi dei dati si fa il salto di qualità nella consulenza all'imprenditore»

di Andrea Fontana

(Kzenon - stock.adobe.com)

3' di lettura

Avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro «non stanno investendo in maniera adeguata sui dati», una risorsa considerata per lo più in funzione della compliance normativa e fiscale ma raramente per fornire nuovi servizi al cliente e all’impresa.

Necessario affiancare l’imprenditore nelle attività “core”

Per Claudio Rorato, direttore e responsabile scientifico dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione della School of Management del Politecnico di Milano, la digitalizzazione ha aperto per questi settori «un’area enorme» di sviluppo che va non solo nella direzione dell’efficienza dei servizi tradizionali al cliente ma soprattutto in quella di un supporto al cliente nelle sue attività “core”. «I professionisti hanno necessità di affiancare l’imprenditore nelle attività caratteristiche dell’azienda e non solamente in quelle di supporto (come l’amministrazione o le risorse umane) e possono farlo sfruttando i dati per aiutarlo a prendere decisioni con tempestività e consapevolezza – spiega – Il controllo di gestione, ad esempio, è un servizio trascurato dagli studi che invece, se ben strutturato, fa emergere informazioni importanti sulla situazione dell’azienda. Allo stesso modo, nell’area del personale si possono estrarre dati rilevanti nella prospettiva di una migliore produttività e nell’analisi delle prestazioni. Inoltre, gli studi, per la platea di soggetti con cui hanno a che fare, possono essere in grado di rielaborare i dati anonimizzati per fornire ai clienti benchmark di settore».

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Funzioni standard efficienti, poi puntare su consulenza

La digitalizzazione può diventare quindi una «leva strategica» per posizionare uno studio professionale in attività a maggiore valore aggiunto per i clienti anche perché sui servizi di base e standard proprio il digitale sta imponendo efficienza elevata e costi contenuti per il cliente. «Se consideriamo i tre ambiti fondamentali di una organizzazione (funzioni direzionali e strategiche; funzioni primarie relative all’attività caratteristica; funzioni di supporto come servizi tecnologici, amministrazione, gestione del personale), vediamo che i commercialisti e i consulenti del lavoro agiscono principalmente nelle funzioni di supporto, mentre gli studi legali intervengono anche nelle altre due aree. Ed è chiaro che i professionisti sono di fronte a un bivio - osserva Rorato - Se affiancano un’azienda nelle funzioni di supporto, allora dovranno ricercare una efficienza esasperata dei propri servizi perché sono attività standard e il modo per difendere la marginalità dello studio è avere un’elevata produttività e un numero ampio di clienti. Se invece lo studio punta ad affiancare l’azienda nell’attività caratteristica e nelle funzioni direzionali allora dovrà investire sui contenuti, cioè sulla capacità di fornire al cliente elementi informativi di qualità, analisi dei dati e altro per diventare un consulente di impresa».

Solo una minoranza riconosce le potenzialità dei dati

Gli studi legali, soprattutto quelli di maggiore dimensione, sono, secondo Rorato, i più consapevoli di questa prospettiva e di conseguenza i più pronti, rispetto ad altri professionisti, a puntare sul digitale. «Hanno consapevolezza che c’è una parte della loro attività che è standard e quindi stanno investendo per sviluppare piattaforme e strumenti digitali che consentono servizi al cliente con una relazione personale inferiore così come guardano all’intelligenza artificiale applicata a due diligence e analisi delle sentenze in modo da rendere queste attività più efficienti e meno costose». Questo salto di qualità, secondo il direttore dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione, riguarda comunque una minoranza di organizzazioni che hanno riconosciuto le potenzialità dei dati e della digitalizzazione, mentre una larga maggioranza ha al massimo un approccio al digitale esclusivamente “law-driven”, quindi di adeguamento agli obblighi normativi. «Se il livello culturale rispetto alla digitalizzazione sta aumentando tra i professionisti, allo stesso tempo ci sono segnali che mostrano come la strada da fare sia lunga. Da un’indagine fatta come Osservatorio sui progetti prioritari per studi legali, commercialisti e consulenti del lavoro, da tutte e tre le categorie è emersa una prevalenza di progetti di dematerializzazione documentale e digitalizzazione dei processi: questo significa che il digitale è ritenuta una leva importante ma allo stesso tempo che siamo ancora sugli entry point. Tecnologie più sofisticate come cloud diffuso o CRM hanno tassi di adozione ridotti».

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