Editoriali

L’anatra zoppa della Fed

di Donato Masciandaro

(blvdone - stock.adobe.com)

3' di lettura

Se il debito pubblico diventa un problema politico, la banca centrale rischia di finire nel mirino dei politici. È una legge economica che potrebbe trovare conferma nei prossimi mesi negli Stati Uniti. A farne le spese potrebbe essere il presidente Jerome Powell. Ma soprattutto ne sarebbe colpita la credibilità della Federal reserve.I

Il debito pubblico statunitense è sotto i riflettori. Ad accenderli ci ha pensato il segretario del Tesoro Janet Yellen, che ha iniziato ha suonare il campanello d’allarme agli inizi di settembre, avendo come destinatari i politici del Congresso. L’oggetto è il vincolo alla crescita del debito pubblico, la cui definizione, o revisione, è nelle mani del Congresso.

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La logica economica è semplice: occorre sottrarre la dinamica della politica fiscale, e di riflesso della politica monetaria, alla miopia del potere esecutivo, che potrebbe strumentalizzarle per esigenze elettorali o ideologiche. È il potere legislativo che si deve assumere la responsabilità di definire se un certo profilo del debito pubblico è compatibile con una crescita non inflazionistica dell’economia.

L’allarme di Janet Yellen era molto esplicito: senza un aumento del tetto al debito, da varare entro ottobre, il governo federale rischia di non essere in grado di far fronte ai suoi impegni di pagamento. Il Congresso ha fatto orecchie da mercante.

Allora la Yellen è tornata alla carica lunedì scorso, durante una audizione pubblica. I toni sono divenuti più aspri: si corre il rischio di una crisi di fiducia nei confronti del debito pubblico, con effetti negativi sul suo rating, sulla fiducia di consumatori e di investitori, da qui agli anni a venire. Finora i Repubblicani non sembrano intenzionati a dare una mano all’amministrazione Biden, lasciando tutta la responsabilità di tale decisione ai Democratici. Ogni giorno è buono per sbloccare l’impasse, ma la tensione resta.

I primi a tifare per uno superamento del blocco legislativo sono certamente i banchieri della Fed. Perché, parafasando Paolo Baffi, se la catena delle relazioni economiche e finanziarie entra in stato di tensione, l’anello debole, prima o poi, è quello della moneta. Prendiamo un esecutivo – come quello Biden – che debba a ogni costo sostenere una ripresa economica che oggi sembra meno robusta di quello che sembrava ieri. È una situazione in cui la politica ha bisogno di una banca centrale che sia assolutamente accondiscendente.

Traduzione: la liquidità deve rimanere abbondante, i tassi mantenersi vicino allo zero, gli annunzi confermare tale orientamento. Altrimenti, le frizioni tra la politica e la banca centrale sono destinate ad aumentare.

Sarà un caso, ma lo stesso giorno e nella stessa sede in cui la Yellen rilanciava il suo grido di allarme, la senatrice democratica Elizabeth Warren sferrava un attacco frontale contro Jay Powell, definito «un uomo pericoloso», quindi inadatto a svolgere un secondo mandato come presidente della Fed, visto che il primo scade il prossimo febbraio.

La motivazione esplicita riguarda la condotta di Powell come responsabile della politica di vigilanza sulle banche, che avrebbe dovuto essere, secondo la senatrice Warren, molto più severa. Ma è indubbio che un presidente Powell indebolito da critiche, per giunta provenienti dalla parte democratica, potrebbe favorire un suo atteggiamento accondiscendente nella politica monetaria.

Sarebbe una dimostrazione che la distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo non è detto che si mostri sempre valida, soprattutto quando la contesa politica alza i suoi toni. Aggiungiamo che, un giorno prima la famosa audizione, due membri del consiglio della Fed – Eric Rosengren e Robert Kaplan – hanno rassegnato le proprie dimissioni, a seguito di una indagine sui rispettivi investimenti finanziari, e relativi conflitti di interessi. Oggi la Fed appare un’anatra zoppa. Non è una buona notizia per nessuno.

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