cinema

«L’angelo del crimine», storia vera del killer adolescente argentino

di Andrea Chimento

2' di lettura

Aveva appena compiuto vent'anni Carlos Eduardo Robledo Puch quando venne arrestato nel 1972 per aver compiuto 11 omicidi, 17 rapine e numerosi altri crimini.

L'incredibile storia di questo ragazzo argentino è al centro de «L'angelo del crimine», film tra i più attesi del weekend in sala, firmato da Luis Ortega.

Soprannominato anche “l'Angelo della morte”, per il suo viso angelico e i riccioli biondi, Puch (che è vivo e sta scontando l'ergastolo) viene raccontato in tutta la sua follia, come un ragazzo che non riesce a rendersi conto di quello che sta facendo e che genera intorno a sé una spirale di violenza in costante aumento.

Presentato al Festival di Cannes 2018 nella sezione Un Certain Regard, «L'angelo del crimine» è un lungometraggio sconvolgente per quel che descrive e per una messinscena che, giocando spesso sul paradosso, punta su colori forti, siparietti ironici e su una colonna sonora ricca di pezzi che hanno fatto la storia. Ci sono anche due canzoni di Palito Ortega, noto artista e padre del regista del film.

Il film punta quasi tutto sul contrasto tra l'aspetto fascinoso e rassicurante del giovanissimo protagonista e le azioni tremendamente macabre e violente che compie, riuscendo a spiazzare lo spettatore per l'intera durata della visione.

    Nella parte centrale si sente una certa ridondanza e le idee di regia non sono molto originali, ma complessivamente il film riesce nei suoi intenti, regalando anche un notevole finale.
    Buona prova del protagonista Lorenzo Ferro, ma tutto il cast fa il suo dovere: tra gli attori, ci sono anche volti molto noti come Cecilia Roth, Luis Gnecco e Chino Darín, figlio d'arte del celebre Ricardo.

    Tra le novità in sala c'è anche l'italiano «Selfie», interessante documentario di Agostino Ferrente, presentato nella sezione Panorama all'ultimo Festival di Berlino.

    Ambientato a Napoli, in uno dei quartieri più difficili, il rione Traiano, ha come protagonisti Alessandro e Pietro, due giovani amici ai quali il regista chiede di descrivere la propria vita, riprendendosi con uno smartphone.
    Ne nasce un racconto coinvolgente e sincero, che fotografa quella zona di Napoli dove nel 2014 Davide Bifolco, sedicenne senza precedenti penali, è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere durante un inseguimento conclusosi tragicamente.

    I ragazzi, di fatto co-registi di questo significativo esperimento, dialogano e discutono tra loro, incerti, e talvolta in disaccordo, su quanto sia opportuno mostrare, in particolare riguardo alle armi e agli atti criminali che sono all'ordine del giorno.

    Stimola anche la riflessione sulle possibilità del linguaggio del documentario questo film di Ferrente: incorre forse in qualche ingenuità, ma è capace di scuotere e far riflettere trattando in maniera onesta e sensibile un tema delicato, come quello di un quartiere povero, dove è molto forte la tentazione di guadagnarsi da vivere facendosi coinvolgere dalla criminalità organizzata.

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