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L'anno di Boris vissuto molto pericolosamente

Per il primo ministro inglese il 2020 era iniziato con il targeted killing del generale iraniano Qassem Soleimani, deciso dal suo alleato principale, Donald Trump, senza consultarlo. Quindi, il Coronavirus...

di Gabriele Carrer

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(REUTERS)

Per il primo ministro inglese il 2020 era iniziato con il targeted killing del generale iraniano Qassem Soleimani, deciso dal suo alleato principale, Donald Trump, senza consultarlo. Quindi, il Coronavirus...


5' di lettura

Londra, 22 di Old Queen Street, a pochi passi dal quartier generale elettorale del Partito conservatore e a qualche centinaio di metri da Whitehall, dove sorge la macchina governativa del Regno Unito. Nell'estate del 2016 – cioè nelle settimane successive al sì del popolo di Sua Maestà alla Brexit – entrando nell'ufficio del direttore dello Spectator, il settimanale di riferimento del conservatorismo, si poteva apprezzare un certo ordine pur nel caos che contraddistingue perfino le più british delle redazioni di giornali.

Nulla a che vedere con le ordinatissime librerie che l'epidemia di Covid-19 ci ha abituato a vedere alle spalle di giornalisti e non, ospiti di trasmissioni televisive; ma nulla a che vedere, soprattutto, con le condizioni dell'ufficio quando a guidare lo Spectator – dal 1999 al 2005 – c'era Boris Johnson, che oggi, da un anno, fa il premier dopo i suoi trascorsi da giornalista, un doppio mandato da sindaco di Londra, qualche anno alla Camera dei Comuni, una dura battaglia senza esclusione di colpi a favore della Brexit e diversi amici che gli hanno voltato le spalle impedendogli di entrare al numero 10 di Downing Street già nel 2016.

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«Il caos regnava sovrano», ci ha raccontato chi frequentava allora la redazione. «L'esuberanza di Boris spesso tracima in confusione. Le riunioni erano un delirio». E quell'esuberanza che diventa confusione sembra averlo seguito anche a Downing Street. Dal 2006 lo Spectator ha cambiato una sede e due direttori. Dell'attuale primo ministro è rimasto un forte ricordo tra i giornalisti e anche un divano, nell'ufficio del direttore, ingombrante quanto lui. Ma ciò che è davvero cambiato è la politica britannica.

Nel corso degli anni di Johnson, lo Spectator era diventato un settimanale sempre più arrabbiato, nervoso, a tratti caotico come la scrivania del suo capo. Era la prova delle difficoltà del conservatorismo britannico, che dal 1997 al 2005 perse tre elezioni generali di fila lasciando la guida del Paese al Partito laburista e a Tony Blair e Gordon Brown. Una situazione ben diversa rispetto a quella dell'attuale direttore Fraser Nelson, dato che nei suoi undici anni di reggenza i conservatori hanno vinto ben quattro tornate elettorali cambiando tre premier: David Cameron, Theresa May e, appunto, Johnson.

Parlare a una parte politica, se non addirittura dettarle la linea, è evidentemente più facile nel medio-lungo periodo se questa è al governo e non è logorata dall'inseguimento del potere. La linea del giornale – così come la scrivania del direttore – è oggi ordinata, precisa, si scorge coerenza. Lo stesso non si può dire di Johnson, che è rimasto quello d'un tempo. I critici, quelli più gentili, lo definiscono un gran pasticcione; i suoi sostenitori sono convinti che quel disordine sia il suo disordine, in cui lui si ritrova e da cui è sempre in grado di tirare fuori un guizzo geniale e decisivo.

Lui non è cambiato, il suo ruolo però sì, è il primo ministro di una delle nazioni del Gruppo dei Sette, chiamato a tenere unito il Paese davanti alle sfide del 2020. Che non è soltanto l'anno del Covid-19 e della transizione della Brexit dopo l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, avvenuta formalmente il 1° febbraio scorso. A dicembre ci sono state le elezioni anticipate, che hanno sì rafforzato il suo mandato, ma l'hanno anche portato, a Brexit avvenuta, a un massiccio rimpasto di governo a metà febbraio ribattezzato dalla stampa «il massacro di San Valentino».

L'anno nuovo era iniziato con il targeted killing del generale iraniano Qassem Soleimani, deciso dal suo alleato principale, Donald Trump, senza consultarlo. Quindi, il Coronavirus. Il premier salta – anzi ignora, secondo quelli che l'accusano di aver gestito l'infezione come una febbriciattola – ben cinque riunioni Cobra (il comitato d'emergenza per le crisi nazionali) nelle decisive settimane tra gennaio e febbraio; poi si rende protagonista di una sconsiderata fuga in avanti sull'immunità di gregge, durata pochi giorni per le roventi critiche degli esperti.

A seguire: il ricovero d'urgenza in ospedale, interpretato da alcuni come nemesi; le difficoltà nella gestione del lockdown e delle sue conseguenze economiche; le fragilità emerse nel sistema sanitario nazionale; il consigliere più fidato, Dominic Cummings, “evaso dalla quarantena”. E al di là del Coronavirus? Mentre i negoziati per la Brexit non decollano, i riottosi del Partito conservatore lo stanno spingendo a mettere fine all'idillio nei rapporti con la Cina, mentre serpeggiano le tensioni su dossier caldi come Hong Kong e 5G.

In un duro articolo di inizio giugno sul Times, Matthew Parris, deputato conservatore negli anni di Margaret Thatcher a Downing Street e poi pluripremiato giornalista (è editorialista anche sullo Spectator), invitava a non farsi illusioni. Non è colpa del Covid-19 che l'ha colpito se Boris Johnson, come si legge spesso, non si è ancora ripreso totalmente e se non ha una visione strategica: il premier «non ha mai avuto una visione strategica», «la sua capacità di concentrazione è sempre stata debole», «non è mai stato questa creatura leggendaria di cui ora vediamo solo una misera ombra».

Almeno,in questa fase ha compreso che non è il momento di mettere in mostra le sue doti di intrattenitore, nota Parris, che invita il Partito conservatore a chiedersi se Boris Johnson sia il leader giusto per una fase segnata «da forte disoccupazione, fallimenti diffusi, casse del Tesoro vuote e confronti umilianti su scala internazionale». Simili osservazioni le ha mosse Alastair Campbell, oggi in imbarazzo a definirsi britannico. Sul Foglio ha raccontato di conoscere Johnson da quando entrambi erano giornalisti: «Quando sono diventato il portavoce di Tony Blair, ogni tanto si presentava ai miei incontri con la stampa sbuffando e facendo battute: non prendeva appunti né provava a difendere i resoconti che si era inventato, come i piani di Bruxelles per permettere solo preservativi di un'unica misura, per vietare le patatine con sapori diversi, o sulla curvatura delle banane».

È diventato famoso come personaggio divertente e ha continuato con questi giochetti fino a ora, scrive Campbell, anche a Downing Street, anche durante l'emergenza sanitaria. È questo che non gli perdona: essere stato sbrigativo, aver ignorato gli esperti, aver consentito gli eventi sportivi, non aver garantito materiali sanitari e test, aver parlato per slogan.

Il virus e quella cosa non ben definita che si chiama Brexit influiscono pesantemente sul bilancio politico del primo anno di Johnson a Downing Street. A Boris rimangono le consolazioni della futura terza moglie che, nell'attesa del matrimonio, gli ha già dato il sesto figlio. Lui, alla fine, è quello di sempre, ribelle – anche con la famiglia: nel 2019 il fratello Jo si è dimesso da suo ministro dell'Istruzione e anche da parlamentare, mentre la sorella Rachel si era candidata con il partito europeista Change UK. Lo si può etichettare come populista, ma il suo curriculum (brillano gli studi a Eton e Oxford) può far ricredere. Di certo sta vivendo quella sindrome comune a tutti i populisti: l'incapacità di passare dalla lotta senza quartiere all'arte del governo.

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