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L’anno malefico della moda uomo: crollano i consumi, ripresa affidata all’Asia

Parte la fiera digitale. In uno dei settori più colpiti dalla crisi, l’abbigliamento maschile è il comparto da sempre più legato ai mercati esteri.

di Silvia Pieraccini

2' di lettura

Mentre si apre il Pitti Uomo digitale (con un collegamento andato online dal quartier generale di Brunello Cucinelli a Solomeo, in Umbria) e le aziende della moda cercano di sopperire all'assenza di fiere fisiche ricorrendo ai “vecchi” rappresentanti e agenti che visitano i negozianti col campionario al seguito, si fanno i primi bilanci del malefico anno 2020.

Fatturato, export e consumi interni

Per l'industria italiana della moda maschile (intesa come abbigliamento e maglieria) le stime fatte da Confindustria Moda per Pitti Immagine indicano un calo di fatturato del 18,6% (sceso sotto 8,3 miliardi), il che significa una perdita di quasi due miliardi in un anno, frutto sia del crollo dell'export (-17%) che dei consumi interni (-22%). Il bilancio è ancora più pesante secondo Camera nazionale della moda che prende in considerazione i comparti tessile, pelle, pelletteria, abbigliamento e calzature, stimando un calo di fatturato del 25% (a 50,5 miliardi) che sale al -27,5% (a 65,4 miliardi) con gioielli, bigiotteria, cosmesi e occhiali. L'export è sceso del 22% per il settore moda e del 25% per il settore moda allargato.

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I mercati esteri e l’incognita Regno Unito

La moda italiana ha sofferto di più nei Paesi extraUe, con picchi superiori al -30% a Hong Kong e al -20% negli Stati Uniti e nel Regno Unito (due dei principali mercati di sbocco). Proprio il Regno Unito, appena uscito dall'Unione europea, rappresenta ora la grande incognita: l'amministratore delegato di Pitti Immagine, Raffaello Napoleone, si è detto sollevato «perché è stato salvaguardato il libero scambio con l'Italia» prevedendo un 2021 migliore, ma gli industriali tessili di Prato hanno già lanciato l'allarme. Il problema principale, spiega Confindustria Toscana nord, è il ripristino delle operazioni doganali: ora le imprese europee devono avere un codice riconosciuto dalle dogane britanniche e devono effettuare le pratiche amministrative, con allungamento dei tempi sia per l'import che per l'export.

Ancora peggio va per le lavorazioni di prodotti di imprese britanniche effettuate in Italia o viceversa, con ritorno poi nel paese di partenza: doppia dogana e doppie pratiche. Secondo gli industriali alcuni nodi procedurali rimangono irrisolti e attendono la definizione di regole da parte delle autorità europee e nazionali.

Previsioni con molta prudenza

Sulle previsioni 2021 Confindustria Moda resta prudente: «Stante l'attuale situazione di emergenza sanitaria ancora diffusa in vaste aree del mondo – scrive l'ufficio studi - si prevede un 2021 ancora tutto in salita per la moda maschile, che potrà comunque giovarsi del favore dei mercati asiatici per ripartire».

Più positive le attese di Camera della moda che amplia lo sguardo al tessile-borse-scarpe-abbigliamento: «Nel 2021 l'intervento pubblico sarà importante come nel 2020 per sostenere le imprese del settore – afferma – ma ci si può aspettare un clima migliore, una crescita dei fatturati e di non perdere posizioni sul mercato inglese. L'incertezza su molti fattori esterni non permette una previsione puntuale e affidabile».

Due gli scenari ipotizzati: uno favorevole in cui il fatturato della moda italiana crescerà intorno al 15% e uno sfavorevole con una crescita che si limiterà al 6%. In ogni caso la moda resta tra i settori industriali più colpiti dalla crisi Covid, e solo l'uso massiccio della cassa integrazione e delle altre misure di supporto pubblico ha consentito finora di evitare l'emergenza occupazionale e la stessa sopravvivenza di alcune aziende.

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