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L'apocalisse incantanta di Chen Zhen

L'HangarBicocca a Milano propone ben venti installazioni dell'artista. L'universo creativo che viene descritto dai lavori è postapocalittico eppure incantato, simile al nostro mondo di tutti i giorni, ma trasfigurato con la forza del simbolo e di associazioni inaspettate

di Stefano Castelli

Le Produit naturel / Le Produit artificiel (1991), una delle opere di Chen Zhen in mostra all'HangarBicocca di Milano

2' di lettura

Laica per definizione, l'arte contemporanea va poco d'accordo con il tema della spiritualità. Ma ci sono autori che fanno eccezione, riuscendo nell'impresa di coniugare un approccio concettuale rigoroso ad argomenti e simboli che hanno attinenza con questioni “eterne”. È il caso di Chen Zhen (Shanghai, 1955-Parigi, 2000): percorrere una sua mostra è come seguire un percorso iniziatico, che non regala allo spettatore una specifica e univoca forma di consapevolezza, ma piuttosto lo “ripulisce” dai preconcetti e dalle dicotomie preconfezionate.

Nelle sue maestose e spesso monumentali installazioni, interventi quasi architettonici, si coniugano infatti materiale e immateriale, Oriente e Occidente, analisi razionale e sensazione immediata. E non manca un indiretto, ma tagliente approccio critico rispetto alle grandi questioni sociopolitiche dell'epoca postmoderna.

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Della Cina ha fatto in tempo a vivere la Rivoluzione culturale, prima di trasferirsi in Francia nel 1986. Qui, abbandonando la pittura, sviluppa il linguaggio dell'installazione che lo farà entrare tra le figure più importanti dell'arte contemporanea, nonostante la breve vita. In Italia, rimane memorabile l'antologica che gli dedicò il Pac nel 2003. Ed è ancora Milano, ora, a dedicargli una grande mostra: l'HangarBicocca propone ben venti sue installazioni.

L'universo creativo che viene descritto dai lavori è postapocalittico eppure incantato, simile al nostro mondo di tutti i giorni, ma trasfigurato con la forza del simbolo e di associazioni inaspettate. Fu Dao (1997) è un enorme, paradossale “pergolato”, un groviglio di elementi vegetali e artificiali dal quale pendono decine di statuine del Buddha. Dancing Body/Drumming Mind (2000) si propone invece come uno strumento musicale “esponenziale”: sedie, sgabelli, testiere di letti e molti altri oggetti di recupero danno vita a un'enorme cassa di risonanza. E poi si incontrano in mostra ruote di preghiera tibetane, letti, sistemi idraulici, automobili malridotte invase da modellini di automobili come fossero blatte… E non manca l'enorme spazzolone che scende dal soffitto, composto da tubi per la trasfusione e aghi, una delle sue opere più celebri (Black Broom, 2000).

La fantasia di Chen Zhen è vulcanica, ma il risultato è sobrio e misuratissimo. Coniugando con naturalezza culture diverse, cosa niente affatto scontata, i suoi lavori parlano di vita e morte, di corporeità ed elevazione, in ultimo della possibilità della trascendenza. Senza mai nemmeno sfiorare il dogmatismo.

Chen Zhen Short-circuits
HangarBicocca,
Milano.
Dal 15 ottobre 2020
al 21 febbraio 2021

Riproduzione riservata ©

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