Léonora Miano

L’apocalisse della tratta raccontata dalle madri

Vincitore del Prix Femina, «La stagione dell'ombra» è un romanzo struggente e universale sulla fine della civiltà

di Lara Ricci


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Leonora Miano (Afp)

4' di lettura

Quando lo sfinimento si impossessa dei corpi delle donne i cui figli sono misteriosamente spariti, tutte fanno lo stesso sogno. L’inconfondibile voce degli scomparsi nell’incendio del villaggio chiede loro di aprirsi per accoglierli nuovamente. Ma «le donne sanno che non bisogna fidarsi delle voci senza volto».

Con la pena delle madri i cui figli non sono «né vivi né morti», ma dissolti oltre i confini del mondo conosciuto, rimaste in balìa di «un’assenza cui è impossibile rivolgere le parole del lutto», inizia La stagione dell’ombra di Léonora Miano, romanzo vincitore del Prix Femina e del Grand prix du roman métis. Le tracce di dodici uomini, nove giovani iniziati e due anziani, non sono state più ritrovate dopo che il fuoco ha distrutto parte delle capanne di un popolo immaginario, i mulongo, che vive nel fitto dell’intricatissima foresta equatoriale rispettando il motto «sono perché siamo», in un tempo che non ci è dato di sapere: è misurato in lune trascorse a partire dal presente.

Dove sono finiti? Niente di simile era mai accaduto. Quando i mulongo riescono a dissipare il fumo creato dallo stato di prostrazione, dalla paura dell’ignoto, dalla superstizione attizzata ad arte dal fratellastro del capo che vorrebbe il potere, due persone partono alla ricerca degli scomparsi all’insaputa l’una dell’altra. Si tratta del capovillaggio, accompagnato dalla sua scorta, e di Eyabe, una giovane e coraggiosa madre cui risuonano in testa le parole che il figlio le ha detto in sogno: «Mamma c’è solo acqua, la strada del ritorno è sparita, c’è solo acqua...».

Il loro sarà un viaggio attraverso un mondo che si sta disfacendo sotto la pressione delle «armi che sputano fulmini». Gli europei le danno ai capi dei popoli costieri in cambio degli schiavi, rendendoli improvvisamente invincibili e scardinando equilibri millenari per aprire lo spazio ai più spietati, a violenze atroci. Un viaggio che porterà Eyabe di fronte allo sconosciuto «paese dell’acqua» («l’acqua non si vedeva, ma si sentiva che era vicina. Sembrava non conoscere riposo, passava dal mormorio al ruggito, tuonava, sbuffava, sospirava, lasciando scaturire nel cuore della notte un coro di anime in pena»). Di fronte a quell’«oceano che mormora all’orecchio della terra, la accarezza languidamente, la disseta con onde coronate di schiuma» e all’«immensa piroga bardata di stoffe che riescono a catturare il soffio del vento» vede i volti inespressivi degli incatenati, spogliati di tutto.

Appassionatasi alla storia del traffico transatlantico degli schiavi fin dall’infanzia nella città portuale di Douala e strenua indagatrice del non detto, Léonora Miano torna con questo libro dedicato «Agli abitanti dell’ombra che ricopre il sudario atlantico. A quelli che li amano» su un tema che le è caro. Appoggiandosi a ricerche storico antropologiche sulla memoria della cattura, e alle tradizioni culturali e spirituali dell’Africa centrale bantu, ma soprattutto dando spazio alla sua potente ed evocativa immaginazione letteraria con cui sa restituire vita e profonda dignità a popoli da noi distantissimi, riesce a ricollegare le tracce di quella strada che la tratta ha tagliato («la strada che ci avrebbe permesso di tornare a casa») spezzando per sempre il legame tra gli africani e i discendenti degli schiavi. E si ricongiunge così, simbolicamente in mezzo all’Atlantico, a quelle dissotterrate dagli autori afroamericani che ha studiato da giovane e che, dalla loro parte dell’oceano, hanno cercato di ricostruire la memoria del loro popolo a partire dallo sbarco, soglia oltre la quale tutto è stato cancellato.

Nominandoli, Miano riporta in vita gli uomini cui sono stati «strappati i nomi» (agli schiavi non veniva lasciato neanche quello), come fa Eyabe lungo il cammino quando incontra un ragazzino muto: «ha continuato a insegnargli a parlare mulongo, nominando gli elementi della natura: legno, foglie, terra. Le parti del corpo, le azioni: camminare, bere, mangiare, dormire... Condividere, trasmettere, la tranquillizzava. Era come tornare a far esistere un mondo per qualcuno». E dà un corpo per reincarnarsi agli antenati. «Perché i defunti tornino tra i vivi, penetrando nei corpi delle donne gravide, serve una comunità. Una comunità che canti il loro nome, racconti la loro storia, ricordi i loro gusti, il suono delle loro risate. Serve qualcuno che pensi a loro, qualcuno che dopo il pasto della sera lasci la razione di cibo cui hanno diritto».

Così La stagione dell’ombra ridà consistenza a quel vuoto immenso di uomini e donne, di affetto e di umanità che ha creato la tratta degli schiavi, e che è stato occultato non solo dalla nostra cultura europea, ma anche da quella dei Paesi africani poi colonizzati, pur continuando a esalare i suoi venefici vapori. Perché, come scrive Aimé Césaire - tra gli autori di riferimento di Miano - nel suo Discorso sulla negritudine (1987) «I cromosomi mi importano poco. Ma io credo agli archetipi. Io credo al valore di tutto ciò che è custodito nel profondo della memoria e dell’inconscio collettivo dei nostri popoli. Io non credo che si arrivi al mondo con il cervello vuoto come si arriva con le mani vuote. Io credo alla virtù plasmatrice delle esperienze secolari accumulate e dal vissuto veicolato dalle culture». All’ombra di questo alto proposito, Miano firma un romanzo struggente e universale sulla perdita, sulla violenza, sulla fine della civiltà. Sulle madri che non riescono più a riconoscere i propri figli.

La stagione dell’ombra

Léonora Miano

trad. di Elena Cappellini, Feltrinelli,

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