La sede di verona

L’apparato nazista in Italia

di Raffaele Liucci

3' di lettura

La facciata in stile razionalista è stata riverniciata a nuovo, i vecchi uffici trasformati in residenze private, uno dei piani interrati è diventato garage. Intorno passeggiano i turisti, ammaliati dallo splendore del centro storico di Verona, tra l’Arena, gli eleganti caffè, le boutique di moda. Soltanto una lapide, posta all’angolo esterno dell’edificio, ricorda che l’ex palazzo dell’Ina nel 1943-45 aveva ospitato la principale sede operativa del Comando della polizia e dei servizi di sicurezza nazisti in Italia. Alcune cantine conservano ancora le porte con le scritte teutoniche. Entrando, grazie alla cortesia del custode, si possono osservare i vani destinati alla centrale telefonica, alla telescrivente e agli «ospiti italiani». Fra questi ci fu anche Ferruccio Parri, recluso nel febbraio del ’45: «Mi attendeva la sorpresa più gelida. Un sotterraneo buio, celle improvvisate e crudelmente pensate per prigionieri di speciale interesse».

Ora un volume collettaneo, curato dalla ricercatrice Sara Berger con la partecipazione di storici italiani e tedeschi (fra i quali Carlo Gentile e Lutz Klinkhammer), cerca per la prima volta di far luce sull’intricata struttura dell’apparato poliziesco germanico insediatosi a Verona, la cui giurisdizione oltrepassava le mura scaligere, per gravare sull’intera Italia occupata. Anche il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, per dire, comandante a Roma e massimo responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, dipendeva da Verona. Una città spettrale, nei ricordi del partigiano e scrittore Giovanni Dusi: «Quelle squadre armate, quei fascisti dappertutto, e quella presenza militare tedesca enorme, con vari comandi, caserme occupate». A Verona, una delle capitali della Repubblica Sociale, si celebrarono il congresso del Partito fascista repubblicano e il processo ai gerarchi traditori del 25 luglio.

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Il più famigerato ufficio del palazzo Ina era il IV B4, incaricato della deportazione «razziale» e diretto prima da Theodor Dannecker e poi da Friedrich Bosshammer. Un compito, il loro, enormemente facilitato dalla fattiva collaborazione delle nostre autorità: Partito fascista, Guardia Nazionale Repubblicana (carabinieri inclusi), forze di polizia, questure, prefetture, Ispettorato generale per la razza. Del resto, nel novembre ’43 la Rsi aveva dichiarato appartenenti a «nazionalità nemica» tutti gli ebrei italiani. Degli oltre 8.500 deportati, soltanto mille faranno ritorno a casa.

La città sull’Adige fu anche luogo di transito dei convogli diretti ad Auschwitz. Lo dimostra la vicenda dei circa 60 ebrei arrestati a Roma ai primi di febbraio ’44 e passati per Verona, dove rimasero un paio di mesi prima di finire al campo di Fossoli (Carpi), dal quale proseguiranno per Auschwitz. Incrociando lettere, cartoline e altre testimonianze, Yael Calò e Lia Toaff sono riuscite a ricomporre il lugubre viaggio, cui sopravvivranno soltanto in nove. La città di Giulietta e Romeo, per costoro, significò soprattutto uno stanzone gelido e spoglio, dove vissero stipati in condizioni igieniche spaventose, in attesa della successiva tappa del martirio.

Questo denso volume non rievoca soltanto le vittime, ma anche i persecutori, cercando di ricostruirne i vissuti biografici, i quadri mentali, i comportamenti effettivi, persino i profili fotografici. Un’impresa non facile, visto che tutti i documenti degli uffici veronesi della polizia nazista erano stati distrutti poco prima del 25 aprile. E tuttavia, di diversi «signori del terrore» – a partire dal comandante Wilhelm Harster – si sono ugualmente rinvenute tracce sparse in archivi tedeschi, italiani, inglesi e russi. Un esempio di come la storiografia possa sconfiggere l’oblio sognato dai carnefici.

Ma chi erano, questi burocrati dello sterminio? Erano ufficiali «motivati, capaci, affidabili», scrive Libera Picchianti, dotati di «grande autonomia operativa» e con una solida esperienza nei teatri esteri. Ben lontani dallo stereotipo del criminale genocida «banale», tracciato da Hannah Arendt. Dopo aver quasi tutti superato le corti di giustizia e i procedimenti di denazificazione, moriranno da uomini liberi, ben integrati nelle nuove società democratiche fiorite in Germania Federale e Austria. «La sua vita non è stata altro che amore devoto e adempimento del dovere», recitava il necrologio di uno di loro, Fritz Kranebitter, condannato in contumacia per l’uccisione di 40mila persone in Ucraina.

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