PROFESSIONI

L’appello dell’Unione: «Impariamo a chiedere il giusto compenso»

Da una ricerca effettuata dal sindacato dei giovani emerge che per un commercialista su cinque il lavoro di revisione “vale” 50 euro l’ora.

di Federica Micardi


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(© Zoonar.com/Robert Kneschke)

2' di lettura

«La battaglia per l’equo compenso deve partire dagli stessi professionisti che rischiano di sottovalutare il proprio valore e di subire un concetto distorto di concorrenza». La pensa così Daniele Virgillito, presidente dell’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili che porta, a sostegno della sua tesi, la ricerca curata dall’Unione su un panel di oltre 1.500 professionisti.

La ricerca

Da quest'indagine emerge che il 21% degli intervistati ritiene adeguato per l'attività di revisore un compenso inferiore a 50 euro l’ora, nonostante le maggiori responsabilità che gli incarichi di revisione; il 43% giudica ragionevole un corrispettivo tra 50 e 70 euro l’ora e solo il 28% pretenderebbe una parcella oraria fra i 70 e i 100 euro, mentre per il 7% sarebbe necessaria una cifra superiore ai 100 euro l’ora.

Il costo per questa attività, spiega Virgillito, non dovrebbe mai scendere al di sotto dei 70 euro l'ora, e penso ai casi meno complessi. E questo perché le competenze necessarie per fare il revisore sono complesse e articolate.

Il tempo necessario per la revision e

Anche sul tempo da dedicare alla revisione, in base all’indagine, ci sono opinioni contrastanti: quasi la metà dei commercialisti under 43 ritiene necessarie fra le 50 e le 100 ore annue per svolgere l’incarico di revisore; il 28 per cento degli intervistati pensa che siano congrue a questa attività fra le 100 e le 150 ore, il 16% giudica sufficienti 50 ore l’anno e solo secondo l'8% bisognerebbe dedicarvi più di 150 ore.
«Chi si ferma a un range tra le 50 e le 100 ore – commenta Virgillito - temo stia sottovalutando l’impatto delle nuove regole che hanno una maggior complessità rispetto al passato, data anche dall’aumento della responsabilità e quindi del rischio per il professionista. Una complessità che non è chiara ai professionisti e neppure agli imprenditori – aggiunge Virgillito - che faticano a capire la valenza strategica dell’organismo di controllo, subendolo come un ulteriore onere da contenere il più possibile».

La concorrenza

Perché accettare incarichi a una somma inadeguata? Un motivo potrebbe essere il timore per la concorrenza di soggetti esterni, come ad esempio le grandi società di consulenza, che grazie ad economie di scala possono fare offerte a prezzi concorrenziali.

L’appello per l’equo compenso

Il tema dell’equo compenso viene richiamato oggi anche attraverso un appello lanciato dal presidente di Confprofessioni Gaetano Stella a Palazzo Chigi. «I tempi sono maturi per precisare una volta per tutte la nullità dei bandi gratuiti della Pa e riconoscere l'effettivo valore economico delle prestazioni professionali» sottolinea Stella. «Se l’equo compenso non ha trovato spazio nell'ultima Legge di Bilancio, Governo e Parlamento possono ora chiarire la loro posizione nei confronti di migliaia di liberi professionisti, inserendo un emendamento ad hoc sull'equo compenso, magari all'interno del Milleproroghe in discussione in queste ore al Senato».

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