In Abruzzo

L’Aquila e il Gran Sasso, dove batte un cuore verde e resiliente

Dalla Fontana delle 99 cannelle alle vette montuose, vivere un weekend a queste latitudini rappresenta anche un modo per dare un contributo al risveglio turistico di questa città 12 anni dopo il terribile sisma

di Luca Bergamin

La Fontana delle 99 Cannelle a L’Aquila

4' di lettura

È forse l’esperienza metaforica di questa estate la notte che si può trascorrere al Porta Rivera Hotel dell’Aquila. In fase di ristrutturazione, ha optato per arredare i locali al piano superiore della Stazione Ferroviaria che sta proprio di fronte e così dormendo affacciati sui binari - il treno per Sulmona è l’ultimo a partire quando ancora la notte è piuttosto giovane - si ha l'impressione di partire restando invece fermi dove ci si trova, con lo sguardo puntato sulle colline circostanti e i piedi reduci dalla passeggiata in salita nella città abruzzese 12 anni dopo il terribile sisma.

Vivere un intenso weekend a queste latitudini rappresenta anche un modo per dare un contributo felice al risveglio turistico di questa città capoluogo dell’Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, lambita dal fiume Aterno, che non si è mai accontentata di sentirsi affibbiare l'aggettivo resiliente. Anzi, si è rimboccata le maniche e se adesso da lontano il groviglio di gru fa pensare che il suo centro storico sia ancora un infinito cantiere, quando si è gioiosamente ingarbugliati nella sua trama di stradine, ci si accorge invece che la vita è ripresa con vigore e positività (quilaquila.it).

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La fontana delle 99 cannelle e il museo nell'ex mattatoio per iniziare la scoperta ascensionale

Accedendo da Porta Rivera, si è accolti prima dal Museo Nazionale d’Abruzzo ospitato provvisoriamente nell’ex mattatoio, dove, tra le varie curiosità espositive, colpiscono l’immaginazione dei bambini il mastodontico scheletro del Mammuthus meridionalis, mentre quella dei grandi è sollecitata dal gonfalone più grande del mondo nella tela più grossa della Terra. Quale splendore suscitano in ogni visitatore di sicuro le madonne tutte, scolpite e dipinte, dai maestri abruzzesi del Quattrocento e dei secoli successivi. La meraviglia è anche e soprattutto appena fuori: la piccola Chiesa di San Vito alla Rivera con le sue meridiane e la Fontana delle 99 cannelle - 6 singole, le altre 93 costituite da mascheroni (nella foto grande sopra) - stanno a simboleggiare gli altrettanti castelli del territorio che contribuirono alla fondazione de L’Aquila. La forma trapezoidale, la partitura di tasselli alternati in in pietra bianca e rosa, gli sbruffi di acqua e i volti buffi rendono questo luogo al tempo stesso bizzarro e metafisico.

Il Forte Spagnolo a L'Aquila

Quel forte spagnolo al centro della vita contemporanea della città

Salendo di qualche decina di metri, ci si ritrova nel centro storico, con le sue crepe vistose e le sue case rinate, i locali musicanti e le sue magnificenti strutture religiose. Rovine e restauri, sacro e profano che si scambiano di continuo la ribalta: ecco dunque la Basilica di San Bernardino dalla facciata rinascimentale un po’ michelangiolesca e gli interni barocchi, Santa Maria di Collemaggio - si trova appena fuori le mura, e ospita il mausoleo del papa Celestino V, figlio di contadini, eremita recalcitrante ad accettare la missione di guidare la Chiesa - e la cattedrale metropolitana dei Santi Massimo e Giorgio in cui si entra anche per svolgere un pensiero a chi ha perso la vita nel terremoto del 2009. I palazzi intorno narrano il passato e la voglia di presente e futuro della città abruzzese: i più rappresentativi dell’antica nobiltà locale sono Palazzo Margherita che si slancia verso l’alto con la sua torre civica, il Palazzo dell’Esposizione, Palazzo Centi, oltre a Palazzo Ardinghelli che ospita la sede locale del romano MAXXI. Di certo, il cinquecentesco Forte Spagnolo, cugino architettonico del napoletano Castel dell'Ovo, è la vera icona de L’Aquila. I suoi restauri interni non sono completati, ma intanto intorno alle possenti, squadrate mura, la vita scorre e i ragazzi corrono, i bambini giocano, le coppie mangiano un gelato preso ai chioschi. E poi da qui si vede bene la cinta appenninica circostante.

Il paesaggio ondulato che conduce all'altopiano di Campo Imperatore

Il cuore in dolomia e calcare sulla vetta del Gran Sasso d’Italia

Salire sul Gran Sasso d’Italia tra verdi declivi morenici e sopra dolomitiche vette

Il Corno Grande è come un faro. Non si resiste alla sua forza calamitante, perciò giunti nel borgo di Assergi la voglia di ascendere sino a Campo Imperatore viene subito appagata. Anche perché il paesaggio che porta ai piedi della vetta più elevata degli Appennini (2.912 metri) è sinuoso con le sue ondulazioni verdi di origine morenica che fanno da contraltare geologico e cromatico alle dolomie, marne e calcari dei Corni. Poi si arriva all’altopiano che si estende a 1.800 metri di altitudine per la gioia delle comitiva di scout e delle greggi che si abbeverano al Laghetto Pietranzoni (gransassolagapark.it) in cui si specchiamo le cime. Ancora poche centinaia di metri, e apparirà l’Osservatorio Astronomico con le sue cupole argentate e il suo Giardino Botanico Alpino, gioiello vegetale del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Chi ha gambe buone, non perda l’occasione di salire al Passo della Portella, si ristori un po’ al Rifugio Duca degli Abruzzi e poi riprovi magari a cimentarsi sul sentiero stretto che porta al Pizzo Cefalone: godrà di un affaccio maestoso sul cuore del Gran Sasso, sarà circondato da farfalle e fiori, verrà sorvolato dai rapaci e tra questi canaloni di roccia, torrioni, creste sentirà di essere al centro dell’Italia, scosso dalla sensazione trepidante di poterla vedere tutta in un solo sguardo.

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