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L’Arabia Saudita cambia ministro dell’Energia e lancia la sfida nucleare

Il principe Abdulaziz bin Salman al suo debutto nelle vesti di ministro dell’Energia dopo il licenziamento di Khalid Al Falih ha rassicurato sulla continuità delle politiche petrolifere (almeno nel breve), ma ha anche lanciato una sfida agli Stati Uniti

di Sissi Bellomo


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3' di lettura

Una rassicurazione sulla continuità delle politiche petrolifere saudite (almeno nel breve) e una sfida agli Stati Uniti sul nucleare, lo stesso terreno che fomenta le tensioni tra l’amministrazione Usa e l’Iran. Si è presentato così il principe Abdulaziz bin Salman al suo debutto nelle vesti di ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita: una carica che non era mai stata ricoperta in precedenza da un membro della casa reale e di cui è stato insignito domenica, dopo il “licenziamento” in tronco del suo predecessore Khalid Al Falih.

Con i modi garbati che sono da sempre la sua cifra distintiva, Abdulaziz ha subito aperto un possibile fronte di contenzioso con gli Usa, dichiarando che Riad punta a perseguire lo sviluppo del nucleare civile impegnandosi nell’«intero ciclo»: in pratica, occupandosi direttamente anche dell’arricchimento dell’uranio, un’attività che Washington guarda con sospetto per le sue potenziali applicazioni belliche. In fondo anche Teheran (contro cui l’Arabia Saudita è schierata a fianco degli Usa) non ha mai detto nulla di diverso.

Dan Brouillette, vice segretario Usa all’Energia, ha immediatamente drizzato le antenne: «Penso che sia un tema su cui dobbiamo lavorare con loro», ha detto a margine dello stesso convegno a cui partecipava Abdelaziz. Riad sta procedendo «in modo cauto, sperimentando con due reattori», ha precisato quest’ultimo, ma non è orientata a firmare il cosiddetto Accordo 123, in base al quale Washington offre tecnologia in cambio di un impegno a limitare le attività alla sola produzione di energia a usi civili.

Quanto al petrolio, Abdulaziz per il momento ha spazzato via le paure del mercato: le quotazioni del greggio hanno reagito con un rialzo di circa il 3% (il Brent ha sfiorato 63 dollari al barile) alle sue prime dichiarazioni da ministro, tutte tese a rassicurare che non c’è «nessun cambio radicale» in vista nelle politiche di Riad.

I tagli di produzione – di cui i sauditi sopportano il maggior peso, addirittura superiore agli impegni presi – andranno avanti come previsto, dunque almeno fino a marzo 2020. E resterà in piedi «nel lungo termine» anche l’Opec Plus, l’alleanza di ferro costruita tra l’Organizzazione degli esportatori di greggio e la Russia sotto la regia di Riad: una collaborazione che deve molto ai rapporti cordiali, ai confini dell’amicizia, che si erano instaurati tra Al Falih e il suo omologo russo Alexander Novak. «La politica energetica saudita poggia su pochi pilastri e i pilastri non cambiano», giura Abdelaziz «Alla fine uno se ne va, l’altro viene ma tutti lavoriamo per il governo».

Eppure gli avvenimenti dei giorni scorsi sollevano non poche incertezze sul futuro. Al Falih, nominato ministro nel 2016, in un momento difficilissimo per i mercati petroliferi, non è riuscito a riportare il prezzo del barile al livello desiderato da Riad, che per il pareggio di bilancio statale ha bisogno di 80-85 $/barile.

V alutazioni più alte delle attuali servirebbero anche per garantire il successo dalla quotazione di Saudi Aramco, su cui peraltro si dice Al Falih stesse frenando. La purga è avvenuta a rate: nel giro di pochi giorni Al Falih si è visto dimezzare il portafoglio ministeriale (Industria e attività minerarie sono state scorporate) e sfilare la presidenza della compagnia petrolifera di Stato, che è stata affidata al governatore del fondo sovrano, in vista di un’Ipo accelerata.

Alla fine è arrivato il licenziamento, con la contestuale nomina di Abdulaziz bin Salman: esperto di petrolio di lungo corso e già vice ministro di Al Falih, ma anche figlio del sovrano Salman bin Abdulaziz Al Saud – sul trono dal 2015 – e fratellastro del potentissimo principe ereditario Mohammed bin Salman, emerso con forza come il regista (sempre più dispotico) delle strategie economiche di Riad.

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