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Argentina, nuovo default per 110 miliardi di dollari. Arriva anche il downgrade di Fitch

Una crisi finanziaria a due mesi dalle elezioni presidenziali, ma stavolta sono colpiti quasi esclusivamente gli investitori istituzionali e non i privati

di Roberto Da Rin


L’Argentina ci ricade: default per 110 miliardi di dollari

3' di lettura

Si chiama default, si pronuncia «ristrutturazione del debito». L’Argentina ci ricade, stavolta per circa 110 miliardi di dollari. Il governo di Mauricio Macri, uscito pesantemente sconfitto dai peronisti nelle primarie di due settimane fa, si appresta ad affrontare le presidenziali del 27 ottobre con una scelta finanziaria inevitabile, la rinegoziazione del debito, appunto.

Come prima conseguenza alla situazione in cui si trova l’Argentina è arrivato il downgrade di Fitch, che ha tagliato venerdì sera il rating del Paese sudamericano a “restricted default”: default limitato da CCC. «Secondo i nostri criteri Fitch ritiene l’Argentina in default sulle sue obbligazioni e ritiene questo sviluppo un “distressed debt exchange”» recita una nota dell’agenzia di rating.

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Una sconfitta bruciante per Macri che incolpa «il governo che verrà», quello peronista. L’ironia e i paradossi retorici non mancano mai, in Argentina. Proprio come l’instabilità macrofinanziaria e le svalutazioni senza fine. “El atroz encanto de ser argentinos”, l’Atroce meraviglia d’essere argentini, è il titolo di un bel libro scritto da Marco Aguinis.

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Il ministro delle Finanze argentino, Hernan Lacunza, ha annunciato che il governo rinegozierà il suo debito estero a corto, medio e lungo periodo, «senza tagli di capitale e interessi, ma per ricercare tempi più lunghi che permettano di dare stabilità all’economia, riducano l'inflazione e mettano sotto controllo il cambio con il dollaro».

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Una giornata nera per i mercati: il piano di ristrutturazione del debito estero non è stato salutato con favore. A metà giornata, l’indice Merval della Borsa di Buenos Aires perdeva il -4,52%, il “rischio Paese” è salito a oltre 2.200 punti, il livello più alto dalla ristrutturazione del debito in default del 2005. Non solo, i Fondi comuni di investimento (Fci) hanno sospeso le operazioni per Letes e Lecap (titoli simili ai BoT) per separare gli investitori individuali che non saranno colpiti dal progetto di dilazione delle scadenze, da quelli istituzionali (che controllano la stragrande maggioranza dei titoli pubblici). Gli investitori istituzionali dovranno invece accettare un rinvio, senza tagli di capitale e interessi, di quanto loro dovuto.

L’annuncio specifica che «si preserveranno gli interessi degli individui che riceveranno quanto dovuto in capitale nei tempi attualmente previsti».

I 110 miliardi di dollari caduti in “selective default” sono suddivisi in tre categorie di possessori: 57miliardi di dollari, comprensivi di “Letes, Lecap, Lecer, Lelink”, ovvero una sorta di BoT, (con scadenza nel 2020) e bonds emessi da Macri, oltre a 44miliardi riferiti ai debiti con il Fmi (scadenza 2020) e 9 infine miliardi di dollari, quelli che il Fondo dovrà erogare nei prossimi giorni, come pattuito dall’accordo stipulato alcuni mesi fa.

Il Fondo monetario internazionale ha dichiarato che «sta analizzando l’operazione riguardante il debito annunciata dal governo dell'Argentina, per valutarne l’impatto». Lo ha dichiarato il portavoce del Fondo, Gerry Rice.

La delegazione tecnica del Fmi, guidata da Roberto Cardarelli, era sbarcata a Buenos Aires tre giorni fa; l’annuncio del governo di Macri è la palese conseguenza delle indicazioni suggerite dal Fondo che dovrebbe sborsare l’ultima tranche di aiuti del pacchetto di 55miliardi di dollari stanziato mesi fa.

La Gazzetta Ufficiale argentina ha pubblicato ieri il decreto di necessità ed urgenza (Dnu) firmato dal presidente Macri con cui si abilita un meccanismo di rinvio delle scadenze dei titoli pubblici di breve periodo (Letes, Lecap, Lecer e Lelink) annunciato dal ministero delle Finanze.

Il decreto, entrato in vigore, sarà esaminato in tempi brevi dalla Commissione bicamerale del Parlamento. Fonti ministeriali hanno stimato che l’ammontare dei titoli che subiranno un rinvio è di circa 13miliardi di dollari e questo dovrebbe permettere al governo di disporre di una quantità di dollari sufficienti a dare stabilità alla quotazione del dollaro, che si attesta attorno ai 60 pesos.

I negoziati con gli inviati di Washington non sono comunque conclusi e continueranno fino al prossimo 10 dicembre, giorno dell’insediamento del nuovo governo (che sarà scelto il 27 ottobre prossimo). La richiesta di estensione dei pagamenti punta a consentire al nuovo Esecutivo, ha spiegato Lacunza durante una conferenza stampa, «di programmare le nuove politiche economiche senza restrizioni finanziarie».

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