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L’Argentina impone controlli sul cambio, gli economisti vedono nero

Limiti agli acquisti di dollari e ai trasferimenti all’estero. Le persone fisiche non potranno “esportare” più di 10mila dollari

di Roberto Da Rin


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2' di lettura

Un altro provvedimento d'urgenza. L'Argentina di Mauricio Macri è costretta a tamponare l'eventuale emorragia di dollari dal Paese e frenare la svalutazione del peso, che in un mese ha perso il 36% sul dollaro.

Un decreto di necessità e urgenza, a seguito della riprogrammazione del debito, ha introdotto misure di controllo sui cambi.
Limiti agli acquisti di dollari e ai trasferimenti all'estero. Le imprese esportatrici sono costrette a cambiare in peso argentini i dollari incassati entro cinque giorni lavorativi o entro 180 giorni dall'esportazione del bene. Paletti anche per le persone fisiche: non potranno trasferire all'estero più di 10mila dollari né acquistare divise estere per un importo superiore a tale ammontare senza autorizzazione della Banca centrale argentina.

Misure necessarie per fronteggiare il default che nei giorni scorsi è stato sancito da Standard & Poor's e quantificato in misura pari a 110 miliardi di dollari.

La Banca Centrale argentina, in una nota, specifica che il decreto non limita la possibilità di ritirare dollari dai propri conti bancari e non impatta sul normale funzionamento del commercio con l'estero. Non introduce alcuna restrizione ai viaggi all'estero. Tuttavia il quadro assume toni preoccupanti e gli economisti non vedono rosa. Federico Furiase, economista e direttore di Eco Go, non dissimula i toni allarmistici: «Quella del default e dei controlli di cambio è stata una profezia auto-avveratasi. La scelta di Macri è mirata a contenere l'emorragia di riserve della Banca centrale in vista della transizione del 27 ottobre, giorno delle elezioni presidenziali argentine. Ovvero arrivare a fine mandato senza ulteriori choc ».

Nicolas Cristiani, analista di Alchemy, non è meno allarmato. «A fronte di una domanda di dollari così elevata - e potenzialmente in aumento esponenziale – si tratta di una misura estrema che tampona la riduzione di riserve della Banca Centrale e frena un ulteriore deprezzamento del peso, la moneta argentina. La volatilità dovrebbe quindi restare più moderata».

Martin Kalos, capo economista di Elypsis, ritiene che si tratti «di misure d'urgenza mirate e di breve periodo, mirate a superare questa fase di emergenza. La soluzione della crisi, evidentemente, richiede scelte di politica monetaria di ampio respiro e non misure tampone. Obbligare le imprese esportatrici a cambiare in pesos gli attivi in dollari è sempre una forzatura e un'invasione di campo recepita malvolentieri dagli imprenditori. Le strade percorribili da Macri erano tre: svalutare, sacrificare riserve della Banca centrale o introdurre controlli di cambio. È stata scelta la terza, con un costo politico altissimo. Ma ormai nessuno scommette più sulla riconferma di Macri alle presidenziali di ottobre».

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Il provvedimento adottato dall'Argentina è la conseguenza del deteriorarsi del quadro macrofinanziario del Paese. La presidenza liberista di Mauricio Macri, pesantemente sconfitta alle primarie di 3 settimane fa, a vantaggio dei peronisti Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner, non ha mantenuto fede alle promesse della campagna elettorale: ridurre l'inflazione (che era al 40% e oggi è salita al 50%) e la povertà, oltre che ridare slancio a un'economia mai uscita dalla recessione.

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