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L’arte porta alla ribalta la fotografia araba

Dalla fine dell’Ottocento gli “artisti corrispondenti europei” in viaggio nella penisola descrivono in scatti artistici un’iconografia orientalista: oggi il ruolo di musei e biennali per recuperare le immagini storiche e per valorizzare i nuovi fotografi

di Silvia Anna Barrilà


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(Karen Assayag)

4' di lettura

È in corso a Parigi la terza Biennale dei fotografi del mondo arabo contemporaneo (fino al 24 novembre all' Istituto del Mondo arabo e in vari luoghi della città), un settore che negli ultimi 20 anni ha vissuto una grande crescita alimentata da una serie di cambiamenti legati alla liberalizzazione del divieto di rappresentare la figura, alla diffusione degli strumenti digitali e alla Primavera araba e ad una maggiore consapevolezza politica.

La storia della fotografia araba
L'ingresso della fotografia nel mondo arabo è avvenuto già alla fine dell'Ottocento, importata da “artisti corrispondenti europei” in viaggio per conto dei loro governi e delle imprese che hanno lavorato alla costruzione delle infrastrutture. Le loro immagini dei siti archeologici e della popolazione locale, filtrate attraverso le fantasie sull'Oriente, hanno contribuito a creare quell'iconografia orientalista che tuttora perdura e che tanti artisti contemporanei tematizzano come Lalla Essaydi (Marocco, 1956) con le sue donne ricoperte di scritte all'hennè, e Hassan Hajjaj (Marocco, 1961, prezzi da Aria Art Gallery di Firenze tra 10.000 a 20.000 dollari) con i ritratti che mischiano lo stereotipo marocchino e i brand occidentali. Ma esistevano già anche studi fotografici di arabi, spesso di origini armene, cristiane o ebree, ai quali la religione non vietava la rappresentazione della figura o almeno in parte. Pensiamo ai fratelli Zangaki, specializzati in fotografie di monumenti antichi destinate ai turisti, a Riad Shehata, il fotografo di corte del re d'Egitto o, negli anni 40-50, ai ritratti fotografici dipinti a mano di Van Leo, che hanno ispirato un artista dei giorni nostri come Youssef Nabil , nato al Cairo nel 1972, che vedremo l'anno prossimo in una personale a Palazzo Grassi a Venezia (da Nathalia Obadia prezzi da 12.000 a 80.000 euro).

La mancata valorizzazione
Purtroppo questo ricco patrimonio di immagini nel tempo è andato disperso a causa della mancanza di archivi (una collezione di circa 250 stampe è stata mostrata nella prima metà di quest'anno al Louvre di Abu Dhabi ), il che non ha giovato alla valorizzazione del segmento. Ma un impulso fondamentale in questo senso è stato fornito dallArab Image Foundation, un archivio di più di 500.000 documenti fotografici dal Medio Oriente, il Nordafrica e la diaspora araba, nato a Beirut nel 1997 dall'idea di due fotografi libanesi, Fouad Elkoury (1952) e Samer Mohdad (1964) e un artista, Akram Zaatari (1966).

Un mercato in crescita
La nascita di un mercato dell'arte nella regione e l'interesse nei confronti degli artisti mediorientali hanno giocato un ruolo importante. Il comparto ha prezzi più accessibili rispetto a quelli della pittura e piace ai giovani, per cui ci si aspetta una crescita nei prossimi anni. Sul lungo termine rappresenta un investimento. Le istituzioni internazionali, come il Lacma di Los Angeles, già mostrano interesse. Il British Museum e il Victoria & Albert Museum di Londra nel 2009 hanno ricevuto una donazione da parte dell' Art Fund per acquistare insieme fotografia araba, a cui è seguita una mostra al Victoria & Albert tra il 2012 e il 2013 intitolata “ Light from the Middle East - New Photography ”. Ma ci sono degli ostacoli alla pubblicizzazione di questi lavori: in primis la scarsità di gallerie e delle case editrici dedicate. “ Il mercato della fotografia arabo è fragile” sostiene Rose Issa, personalità di riferimento per l'arte mediorientale a Londra e autrice, insieme alla curatrice Michket Krifa, del libro “Arab Photography Now”, pubblicato da Kehrer Verlag nel 2011. “Le edizioni non sono per forza limitate, ci sono molte zone grigie”. Un ottimo indirizzo è la galleria Sfeir-Semler , con sede a Beirut e Amburgo, presente nei giorni scorsi alla fiera Artissima a Torino con scatti dalla serie “Watchtowers” (2008) di Taysir Batniji (Gaza, 1966), che documenta le torri d'osservazione militari israeliane in Cisgiordania rifacendosi ai celebri coniugi Becher (45.000 euro a set), e “Taamir Project. Building Type A/B/C/E” (2013) di Akram Zaatari, che racconta la storia di un pilota israeliano che si è rifiutato di bombardare un edificio libanese avendolo riconosciuto come una scuola (17.000 dollari a opera).

I temi della fotografia araba
La storia è una delle preoccupazioni maggiori per i fotografi del mondo arabo, sia che si tratti dell'impatto del passato sul presente, che del significato storico di eventi attuali. Gli approcci sono molto diversi, ma c'è un minimo comune denominatore che è il focus sulla condizione umana, sulle questioni identitarie, di appartenenza e dei confini. C'è, poi, il tema della guerra, la questione palestinese, l'esilio, la censura, i diritti umani e quelli delle donne, ma anche la vita quotidiana in contrapposizione al cliché orientalista. La marocchina Karen Assayag , per esempio, in mostra alla Biennale di Parigi, mostra le spiagge di Casablanca, dove un tempo si svolgeva Miss Bikini, mentre ora il bagno è riservato solamente agli uomini. L'artista non è rappresentata da una galleria e tratta le vendite delle sue opere personalmente, ma in occasione della Biennale le fotografie sono in mostra alla galleria Graine de Photographe , vicina all' Institut du Monde Arabe , con prezzi a 600 euro per il formato 90 x 60 cm.

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