ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe sfilate di Milano/ 3

L’asciutta creatività di Prada, la gentilezza festaiola di Etro, il gusto sottile di Tod’s

«La creatività ha senso ed è utile solo quando scopre cose nuove», dice Miuccia Prada. Il buon inizio di Marco De Vincenzo che ringiovanisce l’uomo Etro. E i nuovi talenti da seguire, da Luchino Magliano, Federico Cina e Simon Cracker

di Angelo Flaccavento

Prada AI 23-24

4' di lettura

La parola d'ordine della stagione, ormai è chiaro, è concretezza. Protagonista assoluto, senza troppi svolazzi e preamboli, è il prodotto: nudo, crudo, desiderabile nella sua autoevidente semplicità. Per alcuni ciò significa ritorno all'essenza, per altri reiterazione dei codici identitari.

Miuccia Prada e Raf Simons, direttori creativi a quattro mani di Prada, si concentrano su ciò che è utile. Dice la signora, a conclusione di una sfilata di pradissima asciuttezza, modernista, tesa, priva di ogni sorta di orpello ad eccezione del logo in tono e di svolazzanti colletti a punte lunghe che planano su tutto: «Nei momenti seri bisogna lavorare seriamente, con responsabilità. Non c'è spazio per inutile creatività. La creatività ha senso ed è utile solo quando scopre cose nuove». Sulla passerella, di nuovo c'è poco in effetti, eppure è tutto insieme nuovissimo e già visto nel gioco inesorabile, matematico-architettonico, delle proporzioni: i bomber si accorciano e gonfiano, oppure si allungano in volumi da alta moda; i montgomery e i parka si rastremano in lunghissimi astucci che custodiscono il corpo ossuto; gli abiti hanno un disegno netto, irreprensibile; i cappotti appiombano come scatole. Le idee chiave sono comfort, esagerazione e intimità, sicché i piumini sono immaginati come nude imbottiture di cuscino, mentre le silhouette sono ora amplificate, ora attenuate.

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Prada, la sfilata della collezione AI 23-24

Prada, la sfilata della collezione AI 23-24

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Il cambio continuo di prospettiva include il set, con il tetto che si alza facendo passare l'immensa stanza dall’intimità claustrofobica alla grandiosità della cubatura verticale accentuata dagli chandelier modernisti, e poi si riabbassa. Ma pur sempre di Prada si tratta, per cui il pensiero in apparenza lineare fa glitch e sbalzi continui. L'efficienza, così fredda e coriacea, così come la concentrazione sugli archetipi, è contraddetta da una vena palpabile di fragilità, da una ossessione estetica per la gioventù adolescente e implume: protagonista vero è lo sterno, sempre nudo e ossuto, in vista sotto i cappotti e le giacche, esibito senza tema di martirio. È una questione di gesti, e questa collezione è duale, perché parla del vestirsi ma suggerisce lo svestirsi, e perché gli autori sono due, e si vede. È pradissima ma anche raffissima. «Un movimento, e il colletto si stacca», chiosa Raf Simons, elettrizzato, sul particolare che più gli sta a cuore.

Altro forza centripeta di questa tornata di sfilate, è il richiamo alla sfera domestica, alla sicurezza sonnolenta di coperte e cuscini, alle memorie d'infanzia: paradossale, in qualche modo, visto che dopo lo iato pandemico ci si aspettava una generale propulsione verso l'avventura, la festa, altri lidi. Comprensibile, pure: in momenti difficili urge qualcosa di rassicurante, senza dire che la spinta in fuori e il desiderio di rimanere tra le quattro mura di casa possono anche non contraddirsi.

Etro, la sfilata della collezione AI 23-24

Etro, la sfilata della collezione AI 23-24

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La collezione di Etro, prima prova al maschile del nuovo direttore creativo Marco De Vincenzo, ad esempio, sa un po' di party in casa. È festaiola ed escapista quel tanto che basta, perché magari il viaggio che si suggerisce è tutto intorno ad una camera, e la grande borsa di feltro può servire per arredare l'angolo della stanza o andar per strada, e cosí gli zoccoli, anch'essi di feltro. De Vincenzo sceglie come campo di azione semantica la casa, e lo fa esplodere nelle due direzioni della casa di moda e dell'ambiente familiare. Lo show si svolge in un capannone, tra pezze e rotoli di stoffa, e questo richiama le origini di Etro, che affondano proprio nel tessuto.

Però il primo cappotto ha lo stesso pattern ipnotico di una coperta che De Vincenzo amava da bambino, e questo rimanda alla cameretta. Si oscilla nelle due direzioni, con sicurezza e gusto, mentre il maschio della casa si ringiovanisce e ingentilisce. Deve trovare però una identità profonda, un suo spirito e ragion d'essere al di là di eccentricità a tratti gucciane, nella vena di Alessandro Michele. Intanto, è un buon inizio.

Parla di intimità, domesticità e spazio sicuro del ricordo d’infanzia anche Jonathan Anderson, ma lo fa senza romanticismi, con brutale schiettezza, in maniera diretta e letterale mentre annuncia che da ora in poi terrà le sfilate uomo della linea JW Anderson a Milano. La collezione è una tabula rasa: si parte con il rotolo di tessuto, si prosegue con cuscini e abbracci, si conclude con montgomery, scarpe e abiti inchiavardati e chiusi da lucchetti. Sono pezzi autoevidenti, pensati per lui come per lei in una pratica autenticamente unisex. In passerella ritornano anche gli shorts con i volant che tanto scandalizzarono otto anni fa, e che adesso sono un classico.

Punta sui classici, o meglio sugli archetipi, Walter Chiapponi, che da Tod's continua ad aggiornare il guardaroba maschile con sottigliezza e gusto. Il suo lavoro è tanto più penetrante, quanto più sembra inapparente, ed è questo che lo rende cavallo di razza. È un fuoriclasse anche Luchino Magliano, in arte semplicemente Magliano, brillante esempio, in tempi di improvvisazione e influencing, di come ogni visione della moda davvero di sostanza debba partire da come si fanno i vestiti. Quelli di Magliano sono dolenti, sfatti e ciondolanti, ma belli e pieni di vita, nella gloriosa vena di Comme e Yohji, con una malmostosa carica di sinistra tutta emiliana, poetica.

È poetico e materico il tocco di Federico Cina, che muove dall’intimismo degli esordi ad una delicata eppure carnale sensualità, rivelando una capacità espressiva invero malleabile. Simone Botte e Filippo Biraghi, in arte Simon Cracker, infine, esprimono il ben necessario rifiuto per il tempo presente con verve autenticamente punk. Il loro bricabrac upcycled è ruvido e sconclusionato quanto vitale, perché dietro la follia c'è metodo e a Milano non c'è solo il prodotto leccato e ripulito.

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