INTERNAZIONALIZZAZIONE

L’Asia salva il Made in Italy

Dopo un 2019 in corsa con esportazioni a quota 585 miliardi il Covid ha imposto una frenata. Per cogliere le opportunità gioco di squadra a misura di filiera e digitale

di Chiara Bussi

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Un drone di ultima generazione esposto all’Esposizione Mondiale di Pechino nel 2019

Dopo un 2019 in corsa con esportazioni a quota 585 miliardi il Covid ha imposto una frenata. Per cogliere le opportunità gioco di squadra a misura di filiera e digitale


3' di lettura

A pensarci adesso sembra un periodo lontano anni luce. Eppure appena tredici mesi fa il made in Italy sui mercati internazionali appariva come una macchina in corsa. A fine 2019 il tesoretto delle esportazioni aveva raggiunto quota 585 miliardi di euro, pari a più di un terzo del Pil del nostro Paese, con un’accelerazione del 2,3% per i beni e del 4,1% per i servizi oltreconfine. Un buon risultato, in una fase turbolenta sui mercati mondiali, in un’Europa nel bel mezzo della disputa commerciale tra Usa e Cina, pressata dai dazi americani e alle prese con i negoziati incerti sulla Brexit.

A dare maggiore soddisfazione, come mostra il Rapporto Ice, sono stati Giappone, Svizzera e Usa. Nel Paese del Sol Levante le esportazioni italiane sono cresciute del 19,7%, sulla scia dell’accordo di libero scambio raggiunto tra Tokyo e la Ue a febbraio dell’anno scorso. La vicina Svizzera si è imposta sempre più come hub internazionale, con un aumento dell’export del Made in Italy 16,6% e l’espansione verso gli Usa ha segnato un passo avanti del 7,5% nonostante i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

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Protagonista indiscusso è stato il settore farmaceutico: con un balzo delle vendite oltreconfine del 25,6% ha guadagnato il sesto posto nella classifica dell’export italiano. Ma hanno fatto bene anche i comparti delle bevande (+6,8%), il sistema moda (+6,2%), l’alimentare (+6,6%) e la metallurgia (+5,3 per cento). E a fine 2019 la bilancia commerciale ha mostrato un saldo tra esportazioni e importazioni di circa 53 miliardi, record storico assoluto. «Il 2019 - dice Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia - è stato un anno molto positivo e frizzante, per la performance, ma anche per i meccanismi di accompagnamento all’export». Unico neo: l’Asia. Un mercato difficile, per dimensioni e cultura. Qui, fa notare Lanza, «un pezzetto di cammino l’abbiamo fatto, soprattutto per i beni di alta gamma e per quantitativi ridotti, ma rispetto alla Germania le nostre imprese fanno ancora fatica ad affrontare esportazioni su larga scala».

Poi, dopo dieci anni interrotti di crescita dell’export è arrivato lo shock più imprevedibile: la pandemia. Il primo lockdown, con lo stop a numerose attività produttive, ha avuto effetti devastanti sulle esportazioni, crollate ad aprile del 41,6,% rispetto a un anno prima, la più ampia riduzione dal 1993. Poi la risalita, con qualche spiraglio nei mesi successivi, e la cronaca recente della seconda ondata, con un nuovo lockdown a geometria variabile a livello mondiale che avrà inevitabilmente un impatto sugli scambi e sposterà la ripresa più in là.

«La situazione attuale induce alla cautela e le previsioni sul recupero delle esportazioni - dice l’economista - dovranno essere riviste al ribasso, ritardando il recupero delle posizioni perse». Le ultime stime di Prometeia indicano un calo complessivo del 12,6% dell’export dell’industria manifatturiera quest’anno con un rimbalzo dell’8,2% nel 2021 e del 4,7% nel 2022.

Anche la scelta delle destinazioni dovrà tenere conto delle incognite legate alla pandemia. «L’unica area che lavora a pieno ritmo e sembra aver superato l’emergenza Covid - sottolinea Lanza - è proprio l’Asia: Cina, ma anche Giappone, Corea, Thailandia e Vietnam. È opportuno però che il nostro sistema Paese non si faccia trovare impreparato e superi al più presto i nodi che erano venuti al pettine già lo scorso anno. Per competere con i concorrenti tedeschi sulla larga scala bisogna ragionare in termini di filiera, unire le maglie con acquisti integrati e proporsi ai clienti asiatici con una gamma completa di prodotti». I settori trainanti saranno ancora una volta il farmaceutico e i macchinari, anche grazie alla spinta delle tecnologie 4.0. «Questa volta - precisa Lanza - bisogna evitare errori, facendo i compiti a casa sul tracciamento e presentando progetti concreti per finanziare il rilancio di competitività nell’ambito del Recovery Plan Ue per segnare la rotta del Made Italy sui mercati internazionali almeno per i prossimi cinque anni. Ma occorre agire in fretta: in un momento di contrazione degli scambi la concorrenza è sempre più agguerrita». La nomina di Joe Biden alla presidenza americana, conclude l’economista, «riapre un’occasione importante per la costruzione di un’unità commerciale Europa-Usa anche per far fronte a sfide comuni e nel solco di una secolare collaborazione».

Intanto la situazione di necessità ha spinto le imprese del made in Italy a esplorare canali alternativi. Secondo un’indagine di Promos Italia su un campione di 400 Pmi, il 49% ha aumentato il ricorso all’export digitale e il 67% ne prevede un ulteriore sviluppo nei prossimi tre anni.

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