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L’assolutizzazione «dell’io è imperiale»

Con il libro “Credevo di essere qui, invece non c’ero” Elvira Lops costituisce un prontuario di «pneumanalisi antropologica»

di Alberto Fraccacreta

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Con il libro “Credevo di essere qui, invece non c’ero” Elvira Lops costituisce un prontuario di «pneumanalisi antropologica»


3' di lettura

Siamo davvero presenti a noi stessi e agli altri? È l'interessante quesito che si pone in exordio Elvira Lops nel suo libro Credevo di essere qui, invece non c'ero, un vero e proprio prontuario di «pneumanalisi antropologica», disciplina — fondata dalla stessa filosofa — che «indaga i rapporti di contrasto cercando di conoscere il motivo per cui si sia costituito, nei riguardi degli altri, un deficit di attenzione che annulla la capacità di vedere le cose in maniera diversa dalla prospettiva personale».

Sostituendo il prefisso psico- («anima») con pneuma- («principio vitale»), Lops intende andare più a fondo nelle considerazioni che investono l'interiorità umana: la sua ricerca, abissale e priva di schermi, «si discosta da quella psicanalitica, in quanto analizza la natura posizionale dell'uomo, delineando una topografia della frontiera interiore nel tentativo di rilevare quel quid che lo inclina verso la sociopatia del vivere comune».

Dostoevskij

Parafrasando Dostoevskij, la tensione ultima del saggio è di portare alla luce il mistero dell'uomo, la «postura ontologica» del nostro «ego ipertrofico» smanioso del vertice, capace di organizzare l'esistenza in un complesso sistema appropriativo-escludente che ci condanna a un'effettiva non-presenza. Nei dieci capitoli del libro Lops inventa un suo vocabolario filosofico che riassume sommariamente e in maniera consequenziale tutti gli atti elementari della soggettività. Si parte dall'«antinarcisismo originario» che «ci rende amanti di ciò che non siamo», ossia di un'immagine distorta ed eccessivamente grandiosa di noi stessi, a cui segue uno «stato di eccezionalità» necessariamente «perduta» (in quanto irreale), tesa a produrre un «sostituto esistenziale» e distruggere l'altrui punto di vista confermando la «scelta dell'assolutizzazione» dell'«Io imperiale». La mente si trova allora in uno stato di perenne assedio perché «persa nell'inseguimento delle “grandi cose”»: un meccanismo drammatico che crea alcune protesi vitali per sopperire alle carenze quotidiane, gli «intoccabili esistenziali», cose o persone senza le quali «risulta impossibile continuare a vivere», idoli dell'io a causa dei quali saremmo anche in grado di perpetrare un «tuicidio legalizzato», cioè una soppressione tollerata e condivisa del tu che «ci infastidisce con la sua presenza ingombrante».

Il terzo uomo

Il quadro egologico si complica con la «funzione del terzo uomo», forse l'intuizione più pregnante del testo: non basta essere padroni, serve uno spettatore alle imprese del soggetto che tenta di assoggettare l'altro, un «co-protagonista della scena» che funga da pubblico plaudente, e questo è appunto il terzo, testimone del sorgere della «mente corsara», ormai stabile nella sua corsa all'illimitato e totalmente distaccata da ogni residuo di «cervello altruista». L'io è così «in vetrina» e, «per poter raggiungere lo stato di superiorità a cui ambisce, diviene falsario dell'essere» fino a quella forma di «a-presenzialità» che ci riporta al titolo dell'opera: serrati nel nostro «tempo egoarca», siamo incapaci di essere presenti nel presente e, soprattutto, non riusciamo a beneficiare degli «agalmata di chi ci circonda» (qui incomincia la pars costruens), «quei tesori nascosti che ognuno possiede, i quali, visibili solo a coloro che si aprono in modo amorevole alla prospettiva dell'altro, rendono l'esistenza di ciascuno bella perché sempre a contatto con la bellezza altrui».

Tale visione — che supera d'un balzo l'ontologia heideggeriana e l'etica lévinasiana — è possibile soltanto in virtù di una «metanoia esistenziale», il «capovolgimento delle prospettive» che risolve ogni conflitto servendosi dell'«umiltà ontica». Dall'«Io imperiale» all'«Io povero»: è questo il cammino interiore a cui ci conduce Lops con l'idea di una «filosofia dell'immacolatezza», un modo per abbandonare la «sindrome del vertice» e approdare allo «stato puro di indivisione e integrità» soggettuale che ci salva e ci squaderna finalmente l'orizzonte dell'alterità.

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