londra

L’assoluto di Alberto Giacometti alla Tate

di Nicol Degli Innocenti


Jean Genet by Alberto Giacometti

3' di lettura

Più che una mostra è una celebrazione: Tate Modern rende solenne omaggio all'arte di Alberto Giacometti con una grande retrospettiva di 240 opere, organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Giacometti di Parigi.
La prima sala è una splendida visione d'insieme della sua opera: decine e decine di busti e teste in stili e materiali diversi, mezzo secolo di sculture dalla prima, tradizionale testa di bambino del 1917 ai busti istantaneamente riconoscibili come Giacometti degli anni Sessanta.

Dopo questo colpo d'occhio iniziale la mostra procede cronologicamente, partendo dal distacco di Giacometti dalla natìa Svizzera e dal padre pittore e la scelta di Parigi e della scultura. Le prime sale rivelano le sue sperimentazioni con l'astrattismo, il suo interesse per il cubismo, la forte influenza dell'arte egizia, africana e primitiva, l'uso di materiali diversi. Dal 1932 aderì al movimento surrealista e decise di affidarsi alla memoria e al pensiero, non più solo all'osservazione, creando anche oggetti decorativi che considerava importanti tanto quanto le sculture artistiche.

L’assoluto di Alberto Giacometti alla Tate

L’assoluto di Alberto Giacometti alla Tate

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Durante la seconda guerra mondiale Giacometti, bloccato in una stanza d'albergo in Svizzera e lontano dal suo studio parigino, fece di necessità virtù e realizzò una serie di sculture di piccole dimensioni, alcune minuscole. “Facendo qualcosa alto mezzo centimetro si è in grado di avere un senso dell'universo più che a tentare di riprodurre il cielo intero,” scrisse. Una grande teca in vetro racchiude queste delicate, quasi commoventi sculture, come persone viste da molto lontano.

E' un cruciale momento di transizione per Giacometti: dopo la guerra torna a Parigi, si lascia alle spalle le sperimentazioni surrealiste, si concentra solo sulla figura umana e trova il suo stile inimitabile. Dal 1945 in poi lavora alle figure allungate, scheletriche, con la superficie che registra ogni tocco e manipolazione dell'artista, figure intense che sembrano avere una vita interiore.

Per molti critici sono la reazione di Giacometti all'Olocausto, per altri sono espressione non solo di un'angoscia esistenzialista dovuta agli orrori della guerra ma anche di un anelito verso qualcosa di migliore. Le figure si allungano verso il cielo. Jean-Paul Sartre, un grande ammiratore dell'artista che aveva reclutato nel movimento esistenzialista, scrisse che “accettando fin dall'inizio la relatività delle cose Giacometti è riuscito a scoprire l'assoluto.”

Un momento chiave della mostra è la sala dove sono riunite le delicate, fragili sculture di donna che Giacometti aveva realizzato per la Biennale di Venezia del 1956. Le “donne di Venezia” in gesso sono state restaurate per la mostra e riunite per la prima volta dopo sessant'anni, assieme alle versioni in bronzo. L'artista amava il gesso malleabile più di ogni altro materiale, perché poteva plasmarlo e manipolarlo.

Negli ultimi dieci anni della sua vita Giacometti abbinò scultura – statue sempre più alte che svettano verso il cielo – e pittura, con ritratti delle persone a lui care, gli stessi visi costantemente osservati e tenacemente riesaminati per scoprire l'essenza, l'anima della persona.
Per Frances Morris, direttore di Tate Modern, questa mostra è la realizzazione di un sogno coltivato da molti anni. “E' un'ambizione che io, e tutti noi, avevamo da tanto tempo, - spiega. – Tate è stato il primo museo britannico ad acquistare un'opera di Giacometti nel lontano 1949, e a realizzare le sua ultima retrospettiva in vita nel 1965, l'anno prima della sua morte. Adesso, dopo cinquant'anni di studio, possiamo rendere omaggio a questo vero artista, senza alcun rispetto per le convenzioni o le tradizioni, un poeta e un creatore, un innovatore instancabile.”

Alberto Giacometti
9 maggio – 10 settembre 2017
Tate Modern, Londra
www.tate.org.uk

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