Musica

L’assoluto secondo Preljocaj

di Roberto Giambrone


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3' di lettura

La forza di un’opera – di un romanzo, di una musica, di una danza – non sta soltanto nella sua bellezza formale, che può essere più o meno felice o irrisolta, quanto nella sua capacità di risvegliare in noi sentimenti e vocazioni che il tempo e la pesantezza del quotidiano hanno addormentato. Winterreise, che il coreografo francese di origine albanese Angelin Preljocaj ha realizzato con tredici danzatori del Corpo di ballo della Scala di Milano, riesce proprio in questo intento. Con una felice alchimia, che tiene in equilibrio gli aspetti formali e i contenuti dell’opera musicale di Franz Schubert sui poemi di Wilhelm Müller, Preljocaj sembra volerci ricordare che non possiamo che essere romantici, e lo fa risvegliando in noi il senso dell’assoluto, del dolore e della perdita attraverso l’amore per la vita e la bellezza.

Nel corpo a corpo con i 24 Lieder di Schubert – impeccabilmente interpretati dal pianista James Vaughan e dal basso-baritono Thomas Tatzl – il coreografo ha cercato di evitare qualunque descrizione, cercando una chiave impressionistica per sviluppare il viaggio d’inverno del wanderer ferito da un amore perduto, ma in realtà smarrito dinanzi alla solitudine e all’angoscia dell'esistenza. Tuttavia la sua danza non è astratta e sovente, nel flusso ininterrotto di gesti e sequenze di preminente gusto neoclassico, con qualche detour da teatrodanza, si colgono spunti narrativi, ad esempio nelle variazioni sul corteggiamento, nei riferimenti alla scrittura o nel gesto premonitore che mima il suicidio.

È un viaggio corale quello che ci restituisce questa originale rivisitazione dell’opera schubertiana, nella quale il protagonista, il poeta ferito e tormentato di wertheriana memoria, è moltiplicato nelle individualità di tutti i danzatori, uomini e donne, e interagisce col cantante, che più di una volta si approccia alla scena. Una scena che coglie tutte le sfumature del grigio: su un tappeto di foglie rinsecchite e a più riprese ricoperte da una pioggia cinerea, si accendono progressivamente i colori tenui dell’ocra e quelli più accesi del rosso e del blu grazie alle luci di Eric Soyer. In sintonia con questa progressione cromatica, anche i danzatori alternano, secondo le indicazioni dello stesso Preljocaj, tute, ampie gonne e spolverini di paillettes rigorosamente neri a body ocra e vesti spruzzate di rosso, fino al bianco delle donne, che nel finale accompagnano gli uomini alla morte. Variazioni coloristiche e mutazioni ritmiche che spaziano da lenti attraversamenti della scena ad animose trasfigurazioni della natura vegetale e animale, per restituire i diversi momenti di questo viaggio metaforico, e a tratti decisamente simbolista, nell’autunno della vita.

Energici, sensuali e compenetrati i bravi danzatori della Scala che, secondo quanto afferma lo stesso Preljocaj, hanno avuto un ruolo determinante nella creazione della coreografia: Antonella Albano, Alessandra Vassallo, Stefania Ballone, Agnese Di Clemente, Chiara Fiandra, Giulia Lunardi, Benedetta Montefiore, Marco Agostino, Christian Fagetti, Matteo Gavazzi, Marco Messina, Eugenio Lepera, Andrea Risso. Con loro Preljocaj ha realizzato un’opera complessa, molto curata nei dettagli e allo stesso tempo essenziale, stilizzata, concedendosi anche qualche accensione pop, come nell’uso di rosse bacchette segnaletiche luminose, che spezzano la complessiva ieraticità e a tratti rituale dell'insieme. Pas de deux e pas de trois si alternano a suggestivi insiemi, molto ben coordinati, che diventano spettacolari quando interagiscono con i pochi ma ingegnosi movimenti di fondali ed elementi scenici di Costance Guisset, come le tre sfere colorate che rimandano agli astri del 23° Lieder, o la chiusura a diaframma del fondo scena che “inghiotte” i danzatori.

Una malinconia di fondo attraversa lo spettacolo, il cui intento, come si diceva, è quello di risvegliare sentimenti profondamente umani, legati sì al repertorio e all’immaginario romantico, ma assoluti nella loro bruciante attualità. La coreografia di Preljocaj non descrive questi “affetti”, ma li rende visibili nelle forme e nei tempi della danza. Il suo Winterreise è dunque un viaggio nell’animo umano, nel mistero irrisolto di una vitalità alimentata dall’amore ma irrimediabilmente proiettata verso la morte, ma è anche una metafora della danza, straordinaria pulsione di vita e di eros e tuttavia effimera per sua natura.

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