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L’ateismo di stato nel sistema sovietico

È in libreria per i tipi di Jaca Book «Il terrore rosso sulla Russia ortodossa» di Giovanni Codevilla

di Armando Torno

2' di lettura

Quando crollò il sistema sovietico, una trentina d'anni or sono, in Urss e nei Paesi satelliti erano attive circa novanta cattedre di ateismo. Da quel momento i professori pensarono di riciclarsi. La materia era da loro conosciuta, bastava sostenere il contrario di quanto avevano insegnato.

L'Urss causò seri problemi alla Chiesa Ortodossa e non va dimenticato il periodo in cui si distruggevano le chiese: tra le molte ricordiamo a Mosca la cattedrale di Cristo Salvatore (fatta saltare il 5 dicembre 1931, per ordine di Lazar Kaganovich) o la Cattedrale di Kazan', sita nella Piazza Rossa, demolita nel 1936 e le cui fondamenta furono trasformate in latrine per i militari durante le parate.

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Tuttavia l'Urss non ebbe nella costituzione un comma dedicato all'ateismo di Stato. L'unico Paese che lo specificò nella sua carta, tra quelli dell'area comunista, fu l'Albania. Con questo però non si creda che la religione si potesse professare liberamente.

Un libro di Giovanni Codevilla lo dimostra. S'intitola «Il terrore rosso sulla Russia ortodossa» (Jaca Book, pp. 230, euro 25) e analizza quanto accadde tra gli anni 1917, inizio della Rivoluzione, e il 1925. Il regime sovietico cercò di eliminare la religione e questo saggio ricostruisce il periodo caratterizzato soprattutto dall'uso politico della giustizia.

In quegli anni ci furono profanazioni di reliquie, si organizzò tra l'altro la propaganda antireligiosa e l'esproprio dei beni. Codevilla nella prima parte del suo studio presenta i fatti. Ecco processi, vittime, violenze contro il clero e i fedeli, sacerdoti e vescovi trucidati, divieti arbitrariamente imposti, urne funerarie aperte, persone uccise durante le processioni. Sono vicende che hanno trovato anche i relativi negazionisti, tanto che a essi è dedicato un capitolo nella seconda parte dell'opera.

Quel che potrà interessare studiosi o anche certe anime candide, che non credono nella violenza causata dalla lotta di classe, è l'attenta rassegna storiografica che il libro presenta. Oltre gli storici dell'emigrazione o quelli occidentali, non mancano le voci sovietiche.

Tra esse vale la pena rileggere qualche riga. Per esempio quel che scrive la rivista mensile del Commissariato del popolo della giustizia nel 1919: “Le repressioni si abbattono con tutta la loro forza sui clericali soltanto a causa della loro attività controrivoluzionaria”. Oppure la “Pravda” del 26 settembre 1918: “Le istituzioni ecclesiastiche e le associazioni religiose stanno dalla parte dei peggiori nemici della causa operaia e contadina”.

E Vvedenskij, in un libro del 1923, ammette: “Il governo risponde alla violenza con la violenza organizzata contro tutti i nemici del potere operaio-contadino. Anche la controrivoluzione ecclesiastica ha sperimentato questa mano forte e punitiva dello Stato. Il concilio cessa di esistere, si chiudono gli organi della stampa ecclesiastica controrivoluzionaria. Hanno sofferto anche alcuni ecclesiastici, attivi esponenti anti-sovietici”

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