il caso / 4

L’attacco alla lira turca: un braccio di ferro coi mercati


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3' di lettura

L'ultimo esempio di speculazione valutaria è quello che dall'anno scorso ha come protagonista la lira turca. Sebbene questa moneta non sia ancorata al dollaro, fino al 2012 il suo valore rispetto alla divisa statunitense è rimasto relativamente stabile. Successivamente, la lira turca ha vissuto anni di svalutazione strisciante per via di una bilancia commerciale negativa e molto sbilanciata, con l'import gonfiato da bolle immobiliari e creditizie. Fino al 2018 la banca centrale turca aveva arginato la svalutazione attingendo alle proprie riserve di valuta estera ma senza mettere mano ai tassi di interesse come arma per aumentare l'appeal della sua valuta perché una mossa simile – stante l'inevitabile effetto recessivo sull'economia – non sarebbe stata gradita al presidente Erdogan. Ma nel 2018 la situazione precipita: la Turchia ha accumulato un enorme debito estero (oltre il 50% del PIL), di cui larga parte denominato in dollari. Un fattore di notevole fragilità, specie per la progressiva transizione della FED a una politica monetaria meno accomodante e il deterioramento delle relazioni politiche con gli USA. Alla fine l'autorità monetaria turca – indipendentemente dai desiderata governativi – cede e alza il saggio d'interesse passando, a più riprese dal 3% al 24% anche per contrastare un'inflazione galoppante. La mossa frena in parte il deflusso di capitali ma intanto porta il presidente turco – preoccupato dai possibili impatti recessivi – ad intervenire sull'indipendenza della banca centrale. Erdogan si attribuisce il potere di nominare i futuri governatori della banca centrale e riduce drasticamente la durata del mandato minando al cuore l'indipendenza dell'autorità monetaria. Dopo la stretta sui tassi la lira riprende fiato col cambio che si posiziona intorno alle 5,3 lire per 1$ dopo il picco di 6,88 toccato ad agosto. Ma la crisi di fiducia non rientra: dallo scorso settembre i depositi dei residenti in dollari sono saliti a $25 miliardi, e a fine marzo 2019 la lira subisce un nuovo attacco. Il casus belli è un report diffuso da Jp Morgan il 22 marzo in cui si raccomanda di vendere allo scoperto (shortare) la divisa turca: le elezioni locali incombono e la banca d'affari si aspetta che dopo il voto la banca centrale turca sarà meno pervicace nel sostenere il cambio. Segue un intervento assai dirompente: la banca centrale turca rende assai costoso se non improponibile l'approvvigionamento di lire turche; in particolare sospende i pronti contro termini (c.d. repo) a 1 settimana che giravano al 24% e lascia aperti gli overnight repo al 25,5% rendendo di fatto proibitivo per chi aveva venduto lire a termine chiudere la posizione. L'effetto è devastante: sul mercato offshore la liquidità si volatilizza e il tasso swap overnight della lira (cioè il costo implicito per prendere a prestito valuta turca per un giorno) vola fino al 1350% del 27 marzo scorso mentre il credit default swap sulla Turchia (ossia il derivato che consente di coprirsi dal rischio di fallimento della Turchia) sfiora i 450 bps, il che equivale ad una probabilità di default a 5 anni del 30%. Ma ancora una volta i mercati hanno la meglio. Per procacciarsi lire gli operatori svendono azioni e bond denominati in valuta turca, facendo crollare la borsa di Istanbul (-11% in pochi giorni) e il mercato obbligazionario turco e minando ulteriormente la fiducia degli investitori esteri. Non è da escludersi che presto ci possa essere un nuovo round, anche se la recessione ha ridotto gli squilibri finanziari del paese.

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