Italia

L’attesa del Colle e le lotte nei partiti

di Lina Palmerini


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3' di lettura

Il giorno dopo al Quirinale si aspetta che siano i partiti a dare indicazioni e non il contrario.
Al Quirinale ieri il tasso di prudenza, se possibile, era più elevato del solito. Si avverte il rischio di essere risucchiati dai partiti dentro un gioco tattico di strumentalizzazioni sugli scenari sul dopo-voto oppure di diventare il capro espiatorio di nuovi fallimenti e dunque il primo segnale che arriva da qui è una poderosa presa di distanza da chi tira in ballo il Colle. Innanzitutto perché c’è il tentativo da parte di alcuni leader di capovolgere un copione istituzionale chiedendo un’iniziativa di Sergio Mattarella. Ma non è il Colle che deve dare indicazioni alle forze politiche e togliergli le castagne dal fuoco ,semmai il contrario. Ed è quello che il capo dello Stato ha intenzione di fare in questa primissima fase post-elettorale: stare a guardare. Assicurando che da parte sua non c’è alcuna tifoseria per uno schema di alleanza di Governo o per l’altro. Da queste parti si pratica la neutralità rispetto alle varie opzioni di maggioranza: Salvini e 5 Stelle; Di Maio e Pd; centro-destra e Pd.

Il punto qual è? Che l’inclinazione di Mattarella c’entra molto poco perché nei partiti si sono già mossi in una direzione o in un’altra e su queste scelte si stanno aprendo feroci lotte interne. Insomma, mentre tutti i leader negano trattative su possibili alleanze, in realtà, si stanno già compiendo dei passi in vista della grande trattativa sull’elezione dei presidenti di Camera e Senato. E al momento, su quel tavolo nessuna forza mostra una tenuta e compattezza. Succede ai 5 Stelle divisi sull’opzione Pd o Salvini. E succede nel Pd dove le dimissioni “prenotate” di Renzi guardano proprio a quel negoziato con Di Maio a cui il segretario – in procinto di diventare ex – vuole tagliare la strada. In particolare, il sospetto è che Dario Franceschini possa essere eletto a Montecitorio da un patto con i grillini. Un sospetto che Renzi nutre anche verso il Colle “imputato” di fare da sponda. Tra l’altro, l’inedito di ieri è stato sentire un leader sconfitto inaugurare la legislatura accusando il capo dello Stato di non aver indetto le elezioni anticipate nel momento a lui più propizio. Naturalmente la risposta è stata il silenzio.

È da questi scontri interni che Mattarella vuole stare ben lontano. Anche se è chiara la considerazione che questo contribuisce a complicare una soluzione già difficile per assenza di numeri. Perfino l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, in questo clima, rischia di diventare il risultato di un gioco tattico, terreno di vendette e non piattaforma per un Governo. Al punto che è tornato lo spettro di un voto in autunno. Forse anche solo paventarlo indurrà i parlamentari neo-eletti – che certo non vogliono mettere a rischio il loro seggio in breve tempo – a predisporsi a mediazioni necessarie.

Dunque, l’ora è più buia del previsto e occorrerà aspettare che si consumino gli scontri dentro ai partiti prima di predisporsi a una via d’uscita. E anche se ieri i mercati non hanno mostrato nervosismo si teme possa arrivare dopo una più lunga impasse. In ultima istanza, si potrebbe cercare di dare uno sbocco attraverso una soluzione istituzionale affidata da uno dei presidenti delle Camere o da una figura di garanzia per coinvolgere il numero più largo di partiti. E rendere digeribile una coalizione che oggi non è ancora commestibile.

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