L’analisi

L’attrazione cinese e l’industria tedesca

di Pier Luigi del Viscovo

(Rawf8 - stock.adobe.com)

2' di lettura

L’industria automobilistica tedesca sarà ancora tedesca o si avvia a diventare cinese?

Pochi giorni fa, il ministro dei trasporti tedesco Andreas Scheuer ha affermato, a proposito dei limiti per lo standard Euro7: «Non dobbiamo perdere l’industria automobilistica europea, perché altrimenti quest’ultima andrà altrove». Un avverbio, altrove, da non sottovalutare, perché la cultura tedesca
porta da un lato a non contestare le scelte dell’autorità, che rende sempre più
difficile fare auto, e dall’altro a cercare nuovi sbocchi.

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Noi europei-latini da anni tuoniamo sulla fine della supremazia tecnologica motoristica, provocata dal suicidio imposto da una politica ideologica, che ha posto limiti non realistici con una domanda di veicoli elettrici molto inferiore a quella immaginata. I tedeschi pure l’hanno detto, a più riprese, ma senza aspettarsi che l’autorità potesse mitigare le sue posizioni, cosa che invece pare stia accadendo. Forse grazie al Covid, ma è piacevole pensare che a Bruxelles ci siano arrivati con la sola intelligenza.

Ma nel frattempo i tedeschi si erano mossi. Un’analisi di Reuters ha misurato in circa 300 miliardi di dollari gli investimenti dell’industria automotive nella propulsione elettrica e li ha poi classificati in base al paese di origine e di destinazione. La Germania risulta di gran lunga il principale investitore, con quasi la metà della cifra. La Cina, in seconda posizione, si fa carico del 19% degli investimenti. Seguono poi Stati Uniti col 13% e tutti gli altri. Però la vera notizia sta nei paesi di destinazione dei soldi. Tutti investono quasi tutto in casa: i cinesi in Cina, gli americani in America e così via. Tranne i tedeschi, che riservano solo metà dei 140 miliardi alla Germania, destinando gli altri alla Cina, pronta ad accogliere il fiore dell’industria europea. L’espansionismo industriale va benissimo e andrebbe aiutato, non provocato da ostacoli e paletti in casa propria.

Ora il quadro della svolta green appare più chiaro. Resta da capire se e quanta parte abbia avuto il Dragone nel sostenerla attraverso lobby e opinione pubblica. Con la beffa che le vendite di elettriche e
plug-in in Cina sono al 6%, quanto l’Italia e meno di un terzo della Germania.

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