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L’attualità della lezione di Guido Galli

Quarant’anni fa veniva ucciso da Prima Linea a Milano il magistrato riformista e progressista. Il ricordo della figlia Alessandra

di Eliana Di Caro

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3' di lettura

Il coronavirus ha travolto le nostre esistenze. Tra gli eventi organizzati con cura che lo sconosciuto Covid 19 ha spazzato via c’era, a 40 anni da quel 19 marzo 1980, il ricordo del magistrato Guido Galli, ucciso da Prima Linea. La commemorazione si sarebbe dovuta tenere all’Università di Milano, dove Galli insegnava Criminologia; di lì un corteo avrebbe raggiunto il Palazzo di Giustizia per un’ulteriore riflessione e per l’annuncio di una borsa di studio a lui intitolata.

A maggior ragione, di fronte all’impossibilità di questo momento, vale la pena soffermarsi sulla figura del giudice istruttore assassinato per la sua appartenenza «alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l’ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente»: così dichiarava il volantino di rivendicazione dell’omicidio, avvenuto nel periodo in cui Galli stava lavorando all’inchiesta sulle Formazioni comuniste combattenti fondate da Corrado Alunni.

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Era una fase tesa e sanguinosa per l’Italia. Il 12 febbraio era stato ammazzato il professor Vittorio Bachelet, il 16 marzo il procuratore Nicola Giacumbi a Salerno, due giorni dopo il giudice Girolamo Minervini a Roma, poi nelle settimane seguenti sarebbe toccato alla guardia giurata Giuseppe Pisciuneri a Torino, al commissario Alfredo Albanese a Mestre, all’assessore Giuseppe Amato a Napoli, per citarne solo alcuni. L’elenco è ben più lungo.

Guido Galli era padre di cinque figli quando fu ucciso a 47 anni, e marito di Bianca Berizzi che poi crescerà le due ragazze e i tre ragazzi con l’equilibrio e i principi che avevano sempre caratterizzato il modo di fare della coppia. Alessandra e Carla sono oggi magistrate, Giuseppe, Paolo e Riccardo hanno preso altre strade. La prima aveva 20 anni ed era all’Università – matricola di Giurisprudenza - quando si sentirono gli spari: vide il corpo del padre riverso sul pavimento, il codice aperto lì accanto. Racconta quel momento e quella stagione con pacatezza e al tempo stesso con intransigenza, consapevole dell’importanza della memoria.

L’idea che in quei giorni potesse succedere qualcosa era nell’aria, in un clima ormai incandescente. Non a caso il padre, poco tempo prima, aveva fatto un’assicurazione sulla vita. E, del resto, lui ne parlava, «non teneva il lavoro separato dalla quotidianità familiare. A casa lo vedevamo nel suo studio, chino sulle carte. Se si aveva in programma di andare fuori Milano e sopraggiungevano un interrogatorio da fare o sentenze da scrivere, diceva che non si poteva più partire spiegandocene le ragioni. Non c’era insomma una cesura: il suo lavoro era la sua vita. E così sapevo dell’inchiesta sul gruppo di Alunni in cui c’erano componenti che si sono poi staccate, come quella di Sergio Segio (esecutore materiale dell’assassinio, ndr), del covo scoperto in via Negroli a Milano, pieno di materiale e quaderni di appunti».

Alessandra – che pochi anni prima, in pieno ’77, era una studentessa del liceo Berchet frequentato dal futuro terrorista Marco Barbone e dal militante Vittorio Agnoletto – anche su consiglio di amici del padre (come Armando Spataro, Maria Luisa Dameno, Gian Carlo Caselli), deciderà di seguire delle udienze che non può dimenticare. Come le prime del processo ad Alunni, in una delle quali arrivò la notizia dell’omicidio di Walter Tobagi (il 28 maggio dell’80) «con i detenuti che esultavano per la prodezza davanti al pubblico ministero Armando Spataro e ai giovani giudici d’Assise. L’udienza fu sospesa. A Torino il processo a Prima Linea, responsabile dell’omicidio di mio padre ed Emilio Alessandrini (magistrato ammazzato nel ’79, ndr) era sostenuto da un Pm di 32 anni, mentre i detenuti creavano il caos con un atteggiamento oltraggioso: chi baciava la fidanzata, chi leggeva i proclami, chi faceva le linguacce. Mi ha colpito molto vedere quell’uomo da solo a rappresentare lo Stato. Io ci credo, ancora. All’epoca Milano e Torino erano sedi disagiate, un po’ come la Calabria di oggi».

Il paradosso è che i terroristi hanno eliminato persone che avevano idee progressiste e rifiutavano un approccio puramente repressivo, perché avevano a cuore la funzione di riabilitazione della pena. «Mio padre era convinto che potesse esserci una seconda possibilità», sottolinea Alessandra. «Per questo faceva parte delle commissioni regionali per le analisi dei fenomeni criminali sul territorio. Lavorava insieme ai maggiori psicologi e psichiatri giudiziari dell’epoca, come Gianfranco Garavaglia e Gianluigi Ponti. Quello che aveva accanto al momento dell’assassinio era il codice di ordinamento penitenziario del ’75 che aveva introdotto innovazioni importanti sulla gestione del detenuto: i permessi, le misure alternative ecc. Era stata una delle aperture democratiche, di speranza di quegli anni».

Guido Galli si contraddistingueva anche per la sobrietà e riservatezza, «era agli antipodi del magistrato-immagine, non ha mai fatto trapelare mezza parola. Certo, la realtà allora era molto diversa. Adesso i giornalisti ti chiamano sul telefono di casa».

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