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L’Austria vuole vendere Hypo in Italia, ma si riapre il caso leasing

di Simone Filippetti

4' di lettura

Simone Foti, manager di MyEnergy RE, piccola azienda milanese di impianti di energia rinnovabile, è un nome sconosciuto a Klagenfurt, città dell’Austria sede della banca Hypo. Eppure il caso di Foti riporta a galla un vecchio scandalo che era scoppiato sulla banca anni fa e sembrava ormai archiviato: la spinosa questione dei «Leasing gonfiati». Ora sembra che i leasing non solo siano stati gonfiati, ma che siano addirittura nulli. La banca austriaca è sbarcata in Italia nel 1989 e i leasing sono stati il loro primo business nel paese. Un business ricco, tanto che la banca ha chiamato dalla California a Tavagnacco, nel mezzo delle campagne friulane, l’archistar Thom Mayne per costruire una faraonica sede, una sorta di edificio sghembo che è entrato nei libri di storia dell’architettura.

La settimana scorsa la banca è stata condannata, in primo grado, per un contratto di leasing che ha riscoperchiato il vaso di Pandora: Foti e MyEnergy RE hanno ottenuto ragione dai giudici e un assegno da 59mila euro. Briciole per un gruppo bancario da 10 miliardi di attivi, ma la condanna riporta al centro delle polemiche il colosso bancario straniero, travolto anni fa da un buco di 8 miliardi, salvato dal Governo di Vienna (con i soldi dei contribuenti) mentre da Klagenfurt stanno cercando di liberarsi proprio della sua divisione italiana, Hypo Alpe Adria, che continuamente finisce nell’occhio del ciclone.

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La storia risale al 2012: MyEnergy ha bisogno di un immobile a Milano per la sua attività e bussa alla porta di Hypo. La banca austriaca è un big del leasing in Italia e concede il finanziamento. Una tra le migliaia di operazioni che vengono ogni anno stipulate al di qua delle Alpi. Solo che tempo dopo la MyEnergy Re fa causa alla filiale italiana di Hypo perché sostiene che il contratto sia sbagliato. Sul finanziamento si pagano interessi indicizzati al tasso di cambio tra euro e franco svizzero. È un contratto standard che Hypo propone a centinaia di clienti.

Già a cavallo tra il 2013 e il 2014 era esploso un caso simile, i cosiddetti leasing gonfiati: il complesso meccanismo di indicizzazione era finito addirittura sotto i riflettori di Striscia la Notizia con la banca era stata costretta a pagare un maxi-rimborso di 110 milioni a tanti clienti: Hypo aveva stipulato contratti dove di fatto guadagnava a scapito del cliente. Chi firmava un contratto di leasing non accendeva un semplice finanziamento, ma di fatto si assumeva un rischio di cambio che era tutto sbilanciato a favore della banca.

Quando tutto sembrava ormai passato, ecco che rispunta un altro caso. Anche nel contratto di MyEnergy Re c’era una clausola di indicizzazione, ma in questo caso a finire nel mirino dei giudici non è stata la contestata indicizzazione su valuta estera ma l’impianto stesso del meccanismo. Il Tribunale di Udine ha stabilito che nei contratti di leasing immobiliare, nel decennio tra il 2004 e il 2014, la clausola di indicizzazione è nulla, a prescindere da come poi sia stata applicata.

Nei contratti stipulati dal 2007 in poi, Hypo tramite l’alterazione del software di calcolo degli interessi dovuti periodicamente aumentava il tasso di indicizzazione fino al 150% per cento. Tale condotta aveva portato al rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alla truffa otto funzionari di Hypo tra cui l’ex direttore generale e l’amministratore delegato Lorenzo Di Tommaso.

Ora invece la giustizia italiana avrebbe individuato una nuova falla: «La nullità di tale clausola potrebbe determinare la condanna di Hypo alla riconsegna di tutte le somme percepite dai propri clienti, in ragione di questa clausola e l’impossibilità di richiedere somme a tale titolo per il resto dell’esecuzione del contratto», spiega l’avvocato di Milano Marcello Pistilli, specializzato in diritto bancario.

La banca ha rivelato che ’'erano circa 8mila contratti a rischio all’epoca dei «leasing gonfiati». Ora il nuovo caso interesserebbe un centinaio di pratiche. Da Tavagnacco gettano comunque acqua sul fuoco: «Questa vicenda, di natura esclusivamente civilistica, riguarda un numero limitato di casi rispetto all’ammontare di contratti stipulati nel tempo e non può in alcun modo avere un impatto sulla propria solidità patrimoniale. Inoltre la Banca, anche in considerazione del fatto che nella menzionata sentenza il Giudice ha dichiaratamente disatteso la contraria opinione espressa dal Consulente Tecnico d’Ufficio da egli stesso nominato, è confidente che la conformità delle clausole contrattuali venga riconosciuta nei successivi gradi di giudizio», ha replicato un portavoce dell’istituto.

La banca è reduce da un lungo periodo di crisi: nel 2015 venne fuori un crack da 8 miliardi di euro. Fu creata una bad bank dove mettere i crediti marci, ma non servì a nulla: la società malata fu liquidata.

Solo il soccorso statale ha permesso il salvataggio (finito però nel mirino di Bruxelles come Aiuti di Stato): il governo è diventato azionista tramite la HBI-Bundesholding, una sorta di Cdp austriaca, che oggi detiene il 99% della banca, ma Bruxelles . Il salvataggio di Hypo è stato uno dei primi casi di bail-in nelle banche (la normativa Brrd era appena entrata in vigore): a pagare furono anche gli investitori e gli azionisti.

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