#lavoratorecercasi

L’auto hi-tech cerca nuove competenze

di Mario Cianflone


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2' di lettura

Cambia l’auto e si muta il modo di produrla. E devono anche cambiare le persone che le disegnano, le progettano e le costruiscono. Già, perché la trasformazione in corso nel settore dell’automotive che risponde alle quattro parole chiave che designano la rivoluzione in atto: elettrica, autonoma, connessa e condivisa richiede competenze diverse e molteplici. A una casa automobilistica ora viene chiesto di essere non più solo costruttore di macchine, quello che viene chiamato original equipment manufacturer, bensì un produttore e integratore di sistemi digitali, un incubatore di start-up, un operatore della mobilità interpretando nuovi bisogni e, soprattutto, un’azienda in grado di affrontare la complessa e drammatica transizione dell’era dell’auto termica a quella delle vetture elettriche. E qui il tema delle competenze diventa cruciale fino al punto che le principali case automobilistiche, il gruppo Volkswagen ad esempio, hanno avviato un’imponente campagna di recruitment di alte professionalità tecnologiche, mentre c’è chi, come Volvo, che lancia addirittura un allarme sullo skill shortage.

Håkan Samuelsson, ceo di Volvo Cars, ha dichiarato alla stampa svedese che la casa è pronta a trasferirsi addirittura fuori dalla Svezia se non sarà in grado di assumere le competenze adatte per dare esecuzione a un piano di trasformazione verso l’elettrificazione e l’innovazione digitale. Secondo Samuelsson, l’offerta di competenze è diventata una questione di cruciale importanza per la casa, che tra l’altro è di proprietà cinese. Infatti, Volvo (e il suo brand Polestar dedicato alle elettriche e ibride) è controllata da Geely. Volvo ha bisogno di centinaia di ingegneri, ma anche di top manager e designer con competenze all’avanguardia. L’avvertimento del ceo di un’azienda simbolo della Svezia ha il sapore della provocazione (o quanto meno di una decisione lontana visto che con i cinesi alle spalle non dovrebbe avere difficoltà), ma è chiaro segno della trasformazione di un’industria nata meccanica e diventata digitale.

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