Intervista

L’Autorità garante per l’infanzia: scuole aperte a settembre

Secondo Filomena Albano l’emergenza ha messo in secondo piano i diritti dei più piccoli, per la ripresa dobbiamo renderli prioritari. A cominciare dalla certezza del ritorno in classe dopo l’estate

di Sara Deganello

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L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano

Secondo Filomena Albano l’emergenza ha messo in secondo piano i diritti dei più piccoli, per la ripresa dobbiamo renderli prioritari. A cominciare dalla certezza del ritorno in classe dopo l’estate


5' di lettura

Le scuole nelle regioni del Nord Italia sono chiuse dal 24 febbraio, le altre hanno chiuso le porte poco dopo. E all’orizzonte non sembra riaffacciarsi una riapertura. I nostri bambini sono chiusi in casa da quasi due mesi, soffocata tra le polemiche e le ordinanze regionali anche l’apertura all’ora d’aria. Ora l’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza Filomena Albano non ha dubbi: se l’emergenza ha messo in secondo piano le necessità e i bisogni dei più piccoli, per programmare la ripresa dobbiamo rovesciare la prospettiva. E farli tornare priorità. A cominciare dalla certezza di scuole aperte a settembre.

Ritiene che il lockdown prolungato stia ledendo di fatto il diritto all'istruzione? Pensiamo soprattutto al “digital divide”, a scuole con un alto numero di stranieri che spesso non riescono ad accedere alla didattica a distanza, nonostante i mezzi messi a disposizione dall’istituto.

Mai come in questo momento l'emergenza sanitaria sta facendo affiorare le diseguaglianze. L'ho segnalato da subito al presidente del Consiglio, evidenziando la necessità, oltre che di una cabina di regia unitaria a livello centrale sulla didattica a distanza, anche di coordinamenti a livello locale. L'obiettivo è duplice: monitorare quanti studenti sono effettivamente raggiunti, con quali modalità e livello di efficacia – cercando di intercettare nuove proposte ed eventuali nodi critici – e verificare se e in quale misura la situazione emergenziale incida sulla dispersione scolastica.

Sin da adesso, poi, bisogna pensare al dopo emergenza per i minorenni che versano in condizioni di povertà o marginalità affinché il divario educativo sia colmato senza ritardo. Questo momento di difficoltà può rappresentare l'occasione affinché ci si impegni tutti per superare le diseguaglianze.

Le sue richieste di ridurre il divario digitale risalgono al 27 marzo. Quello che è cambiato è che le scuole sono ancora chiuse e non abbiamo notizie su una possibile riapertura. Che cosa chiederebbe ora al Governo?

Chiederei che le scuole si aprano con certezza a settembre. In questa fase di emergenza le autorità sanitarie consigliano la massima cautela e pertanto una riapertura immediata va attentamente valutata per evitare di pregiudicare la salute pubblica e i tanti sacrifici fatti finora.

Ma la ripresa dell'anno scolastico dopo l'estate dovrebbe essere assicurata quanto più possibile con un'attività all'interno delle aule. Vi è il tempo di programmare gli interventi e garantire le condizioni di sicurezza per tutti. Le relazioni sono fondamentali per lo sviluppo degli studenti e quelle “in presenza” consentono un approccio educativo più ricco ed evitano disuguaglianze. La didattica a distanza ha certo una sua validità, ma potrebbe essere utilizzata come sostegno e recupero per chi ne ha bisogno.

Attuare il diritto all'istruzione è un investimento sul futuro dei giovani e di tutto il Paese. L'alternativa è il rischio di una crisi lunghissima a più livelli. Poi c'è l'aspetto delle difficoltà familiari che si possono creare con le scuole chiuse: non parlo solo di quanti vivono in povertà e trovano nelle mense scolastiche un pasto completo, faccio riferimento anche alle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano o a quelle monogenitoriali.

Lei era intervenuta sulla cosiddetta “ora d'aria” per i bambini. Gli spostamenti in alcune regioni, come la Lombardia, sono tuttavia rimasti contingentati solo per ragioni di necessità. Certo, il bambino può accompagnare il genitore ma sembra negato lo “svolgimento di attività motoria”. Come commenta questa interpretazione?

Se guardiamo la questione dalla prospettiva dei bambini e del loro bisogno di giocare, correre e divertirsi, occorre trovare soluzioni che lo consentano a particolari condizioni di sicurezza. Certo, non è semplice far capire ai più piccoli il concetto di distanziamento fisico. Ma torniamo al punto iniziale: spieghiamo, informiamo, educhiamo i nostri figli. Se li mettiamo al centro e diamo loro fiducia ci sorprenderanno.

Ritiene che nella discussione politica odierna i diritti dei bambini e dei ragazzi siano messi troppo in ombra rispetto a quelli di altri gruppi?

In questo periodo a bambini e ragazzi è stato chiesto di sostenere sacrifici enormi e loro hanno dato dimostrazione di grande resilienza. L'emergenza ha esposto i minorenni al rischio che le loro necessità e i loro bisogni fossero messi in secondo piano. Occorre ora rovesciare la prospettiva, puntando sui diritti dei più piccoli e ponendo al centro le persone di minore età. È il momento di prendere in considerazione quanto questi ultimi mesi sono costati ai bambini e agli adolescenti in termini di compressione dei diritti, in particolare del diritto al gioco, alle relazioni, all'istruzione, allo sport, alle attività ricreative.

Se la compressione dei diritti è stata necessaria nella fase emergenziale per tutelare la salute, ora occorre programmare la ripresa operando adeguati bilanciamenti. Questa valutazione richiede l'apporto di professionalità diverse, per questo ho proposto al presidente Conte di inserire nella task force destinata a occuparsi della Fase 2 anche un esperto che abbia competenze trasversali sull'infanzia e sull'adolescenza e sul sistema di tutela minorile.

Che azioni concrete chiede all'esperto di ragazzi e bambini, se verrà recepita la sua richiesta di farlo entrare nella task force?

Mi aspetto che aiuti il governo a individuare prontamente risposte alle difficoltà che stanno vivendo i minorenni. Ci sono situazioni di vulnerabilità che richiedono interventi mirati, come i bambini e i ragazzi in affido o in comunità, quelli in condizione di povertà e marginalità, quelli con disabilità.

Non solo, penso ai figli dei genitori separati, ai ragazzi che si trovano nel circuito penale, ai figli dei detenuti, a quelli che vivono in famiglie problematiche o che sono stati segnati direttamente dall'epidemia per essersi infettati o aver avuto familiari malati di Covid-19. Oltre alle situazioni vulnerabili. C'è poi da affrontare la Fase 2, per la quale occorre pensare a un graduale ritorno alla normalità, anche per i più piccoli: dalla riapertura dei parchi a quella delle scuole, dalla ripresa dei contatti sociali a quella delle attività lavorative dei genitori.

Alcune leve su cui occorrerà operare, alla ripresa delle attività, possono essere ad esempio quelle di un potenziamento dei congedi parentali, di un sistema di turni lavorativi che agevoli i genitori con figli minorenni, del ricorso allo smartworking ove possibile e di una continuità e di un potenziamento dei servizi sociali. C'è insomma la necessità che le istituzioni intervengano con misure concrete a supporto delle famiglie, in particolare quelle più fragili.

Macron parla di riapertura delle scuole come di una «priorità», i premier di Paesi come Norvegia e Danimarca organizzano conferenze stampa per i bambini. Perché in Italia non accade?

L'Italia ha una sua storia e una sua cultura, ha condizioni economiche, territoriali e sociali differenti. Ma non necessariamente peggiori. Per esempio, il nostro Paese rappresenta un modello a livello internazionale per la giustizia minorile, orientata come è al recupero e al reinserimento dei ragazzi che inciampano nella giustizia. E siamo stati antesignani nell'introdurre, ancor prima che fossero previsti dalla Convenzione di New York, strumenti per l'ascolto dei minorenni nei procedimenti che li riguardano.

Abbiamo, insomma, una storia che ci dice che siamo sulla buona strada. Eppure, nel febbraio scorso, il Comitato Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ha indirizzato allo Stato italiano una serie di raccomandazioni, tra cui quella di accentuare i processi di partecipazione delle persone di minore età. È quindi il momento ora di completare il percorso: mettiamo al centro bambini e ragazzi e facciamo in modo che le politiche che li riguardano vengano costruite anche tenendo conto del loro punto di vista. Le risorse e le competenze per farlo ci sono, serve la volontà delle istituzioni.

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