IL FASCINO DI CUBA

L'Avana: guida ai luoghi della notte in una città alla ricerca di una nuova identità

Ventilatori a pale che smuovono l'aria non condizionata, soffitti gonfi di umidità marina, mensole di legno screpolato sulle pareti, sigari sciolti in vendita, bottiglie di rum dall'etichetta ignota ai turisti: il fascino è (ancora per poco) questo

di Antonio Armano


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6' di lettura

Una delle parti più riuscite del libro di Davide Barilli (Altravana: nel cuore di una città perduta, Giulio Perrone Editore) si intitola “Barre di legno”, parla dei bar americani ed è un'elegia di luoghi che il tempo si è dimenticato di distruggere, forse ancora per poco. Aperti durante il periodo precedente la rivoluzione di Castro e compagni, cioè nel periodo dei presidenti filo-americani, questi locali sono sopravvissuti miracolosamente come grotte platoniche dove ci si rifugia per sfuggire alla luce e bere tra le ombre, ma rischiano di perdere il loro fascino in ristrutturazioni razionali e turistiche. Il tempo dimentica ma non per sempre. Una sorte simile è toccata allo Sloppy Joe's, uno dei tre bar preferiti da Hemingway quand'era all'Avana, insieme alla Bodeguita e al Floridita. Sloppy in inglese significa “sciatto” e si riferisce alla tendenza del proprietario al disordine. Il proprietario si chiama José Garcia, era d'origine spagnola e la specialità del posto erano sandwich straripanti di carne. Qui è stata girata una scena del film “Il nostro agente all'Avana”, dove si respira tutta la malinconia delle vite naufragate nel caribe in bianco e nero.

Cuba, le spiagge del pueblo

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Alcuni american bar cubani, secondo Barilli, mantengono la loro autenticità, vanno visti prima che la perdano e richiamano con i loro nomi la geografia di tutto il pianeta: “A sopravvivere sono il Polar, El Mundo, il San Juan, il Detroit, il Madrid, El Cuchillo, Actualidades, il Palermo, il Frankfurt, il Cofinal y Alegria, il Casa Bella...”.

Il fascino fatiscente dei bar della mala e dagli attori americani
Le caratteristiche di questi locali che sono a rischio estinzione, e le cui insegne lampeggiano fragilmente, sono le seguenti: ventilatori a pale che smuovono l'aria non condizionata, soffitti gonfi di umidità marina, mensole di legno screpolato sulle pareti, sigari sciolti in vendita, bottiglie di rum dall'etichetta ignota ai turisti: Don Pedro, Galeón, Bocoy, Ronda, Corsario del Vacilón, Conde... e infine il bancone di caoba, legno locale, segnato dai migliaia di notti di lavoro di gomito e fondo di bicchiere. Erano bar frequentati dai molti gangster americani che popolavano l'isola così come da stelle del cinema – anche Marlon Brando ha fatto in tempo a conoscerne l'epoca d'oro, dopo i primi successi degli anni '50: “Un tram che si chiama desiderio”, “Viva Zapata!”, “Il selvaggio”, “Fronte del porto”. Alla vigilia della vittoria della rivoluzione, vale a dire n el 1958, l'Avana contava milleduecento locali notturni. Tra i bar rinnovati, in chiave non turistica, El Palermo, in calle San Miguel, il cui bancone rettangolare si dice sia il più grande di tutti i Caraibi.

(Credit Paolo Simonazzi)

Cuba è un’isola sospesa tra nostalgia del passato, diffusa soprattutto tra chi teme che perda il proprio volto per diventare un luogo come tanti altri, e nostalgia del futuro. Le nuove generazioni, ormai lontane, anche anagraficamente, dalla rivoluzione, hanno temuto che il tempo si fermasse in un'eterna stagnazione. Barilli usa il termine “generazione W”, dove W sta per Wifi, riferendosi soprattutto a coloro che affollano gli hotspot, il luoghi all'aperto dove si può navigare. Una volta erano le hall degli alberghi dove i medici arrotondavano magri stipendi facendo i facchini e contando su laute mance in cuc (il peso convertibile). Oggi si torna dall'estero con televisori al plasma per essere finalmente al passo con i tempi e non sentirsi da meno dei coetanei stranieri.

Barilli, giornalista e discendente di una importante famiglia di artisti, frequenta Cuba da molti anni con l'assiduità instancabile dell'amante fedele, per dirla con Bontempelli. Come tutti gli aficionados, teme che certe atmosfere si perdano per sempre: è legato ai primi incontri che sembrano collocarsi nel periodo especial, quando Castro apre al turismo occidentale per superare la gravissima crisi causata dalla fine delle sovvenzioni sovietiche. Quando la canna da zucchero non si convertiva più in petrolio russo.

I luoghi iconici e itineranti

Anche se la corsa verso l'abbraccio con gli Stati Uniti sembra essere rallentata, nelle more della restaurazione trumpiana tutto può cambiare molto rapidamente. E così il lettore è avvisato: l'inchiostro fissa la bellezza estemporanea solo nella descrizione. Per esempio l'hotel Roma ha una terrazza-bar, dove si domina il Centro Avana by night e si arriva con un malandato e cigolante ascensore in ferro battuto. Diventato grazie al passaparola uno dei locali notturni in cui si incontra la fauna più trasgressiva e trasversale, ha già chiuso i battenti dopo l'uscita del libro. Fino a nuova apertura. I volti di chi l'ha vissuto sono stati immortalati dal fotografo Leandro Feal. Per avere una vista simile della notte habanera, bisogna salire sulla terrazza del paladar La Guarida, molto caro e troppo famoso, essendo nato dopo il successo di “Fragola e cioccolato”, il film sull'amore omosessuale ambientato nell'appartamento dove ora si trova il ristorante.
Un confronto tra passato e futuro si può tentare provando gli ascensori dell'hotel Deauville: “Sono due, affiancati, ma distanziati anni luce. Quello vecchio, rumorosissimo, sporco, dalle cromature arrugginite, porta la marca Scherbisnky, un catafalco di fabbricazione russa che arranca su e giù per i quindici piani dell'albergo da almeno mezzo secolo. Un tugurio di ferro acciaccato, maleodorante, che ogni tanto si blocca, cigolando, emettendo strani suoni che paiono lamenti epocali. Provenienti dall'oltretomba. L'altro ascensore – nuovo di zecca, silenziosissimo, computerizzato, lustro e levigato come un'astronave in partenza – è di fabbricazione coreana. Addirittura parlante, accoglie gli ospiti con un internazionalissimo good morning augurando a ogni termine corsa una buona giornata con asettica voce metalicca da robot”. Chissà quanto resisterà l'ascensore Scherbisnky... Per i nostalgici dello stile sovietico, ci sarà sempre l'ambasciata di Mosca, che svetta tra le palme con il suo profilo brutalista e ricorda un pugno chiuso.

(Credit Paolo Simonazzi)

Se il turista tipico si limita alla casa di Hemingway, attratto dal vuoto della piscina dove lo scrittore faceva il bagno con le stelle hollywoodiane, il pellegrino letterario che voglia vedere qualcosa di meno noto può visitare l'appartamento in calle Trocadero dove José Lezama Lima ha vissuto dal '29 alla morte: tra librerie basse in legno scuro, una confezione di fiammiferi personalizzata, nera e con la firma in oro, una statuetta di Lao Tsé, la grande foto del padre colonnello, José Maria, e della madre Rosa, quadri di René Portocarrero, dedicati all'Avana. Qui Lezama Lima riceveva gli amici, facendo servire limonata in brocche di vetro dalla fantasmatica moglie, mentre ascoltava o parlava immobile dentro a una nuvola di fumo. E' considerato uno dei massimi autori di lingua spagnola del '900 per il suo monumentale (alluvionale) “Paradiso”, la storia barocca del poeta José Cemí Olaya, tra Cuba e la Giamaica, la fine del XIX secolo e gli anni '30.

(Credit Paolo Simonazzi)

Ma la vera stella letteraria del Centro Habana barilliano è P edro Juan Gutiérrez, che dopo avere fatto i proverbiali mille mestieri, dallo strillone al soldato-zappatore, si è fatto un nome in tutto il mondo con la “Trilogia sporca dell'Avana” (edita da e/o in Italia): il suo alter-ego, Pedro Juan, perde il lavoro di giornalista e la moglie durante la terribile crisi degli anni '90. Nato a Matanzas, Gutiérrez rifiuta l'accostamento con Bukowski e i suoi anti-eroi senza speranza, raccontando un'Avana decadente e corrotta, ma anche piena di colore e di vita. Barilli lo incontra all'Inglaterra, uno degli hotel storici del centro – notevole anche qui la terrazza - e tra i vari argomenti tocca anche quello dei nuovi locali cubani. In particolare la Fac, la Fabrica de Arte Cubano, in Calle 26, uno dei luoghi di maggior successo dell'Avana odierna che cerca di rinnovarsi senza rinnegare il passato. Si trova in una ex fabbrica di noccioline, con tanto di ciminiera, secondo una tendenza molto diffusa altrove, ma ancora inesplorata qui. Tra mojito e tapas, si tengono mostre, concerti, sfilate e performance artistiche: come quella di Cirenaica Moreira, che ha chiesto a sessanta sconosciuti di baciarla.

(Credit Paolo Simonazzi)

Non lontano dai quattro piani della Fac, le casupole basse e fatiscenti della “baraccopoli” più centrale dell'Avana, detta “El fanguito” per via dei frequenti straripamenti del torrente Almendares. Ogni sera chi può permetterselo arriva in taxi per fare la coda sotto la ciminiera della Fac, pronto a pagare un paio di cuc di ingresso. Gutiérrez disapprova questo genere di novità perché molto ha viaggiato – è anche artista visuale – e gli ricorda luoghi analoghi di Berlino, Madrid e Roma. Meglio cercare un comedor nel Fanguito, un posto dove mangiare riso, fagioli con i pescatori. La vecchia Avana nascosta e in via di scomparsa segue una mappa impossibile, in continuo movimento, e in fondo va trovata seguendo la musica del caso.

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