Venezia 77/Giornate degli Autori

L’azione di Nilde Iotti per una società giusta

di Eliana Di Caro

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1995 - Nilde Iotti (Vittorio La Verde / AGF)


3' di lettura

Il centenario della nascita il 10 aprile 1920... quello, ormai prossimo, della fondazione del partito in cui scelse di militare, il 21 gennaio 1921. Eppure non serve un anniversario per ricordare le battaglie e le conquiste di una donna della levatura di Nilde Iotti, protagonista della Repubblica italiana sin dagli albori, come ben racconta il film che il 7 settembre sarà alla Mostra del Cinema di Venezia, alle Giornate degli autori, in anteprima al Teatro Goldoni (alle 18.30).

Scritto e diretto da Peter Marcias, regista sardo sensibile ai temi politici e sociali, Nilde Iotti, il tempo delle donne - prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e Movimento Film - ripercorre la vita dell’esponente comunista attraverso una polifonia di voci e immagini di repertorio che portano in un tempo non lontano eppure remotissimo, se paragonato all’oggi.

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Parlano le amiche reggiane, rievocando le qualità della giovane Nilde. Loretta Giaroni non sa perdonarsi, la voce rotta dai singhiozzi, il fatto che «qui eravamo bigotti e l’abbiamo trattata male» per via dell’amore così ingombrante e spinoso con Togliatti. Scorrono i momenti felici con il Migliore, in cui si vede una Iotti sorridente (cosa non così frequente) accanto alla figlia adottiva Marisa. Sorride luminosa anche Piera degli Esposti, pensando a colei che era «un monumento» simbolo di tante resistenti determinanti per la lotta partigiana, mentre Luciana Castellina si sofferma sulle implicazioni della vicenda sentimentale di Nilde: «Il Pci aveva il problema delle masse cattoliche» da non spaventare in anni in cui «si sentiva ripetere, e non per scherzo, che i comunisti rubano i bambini».

Un po’ forzata l’alternanza del mondo di allora con il volto di Paola Cortellesi che dà voce a Nilde, rimarcando alcuni passaggi personali e prese di posizione politiche. La bravura dell’attrice non stempera la sensazione di una figura percepita come fuori contesto, tra immagini di comizi, proteste delle donne negli anni 70, la stessa Iotti appena eletta presidente della Camera nel 1979 mentre si rivolge ai deputati con un’eleganza e finezza che si rimpiangono quanto il rigore e la visione. La carrellata di testimonianze femminili – tra le altre anche Marisa Rodano e Cecilia Mangini - è interrotta da diversi interventi maschili come quello del Capo dello Stato Sergio Mattarella, che fa notare il «senso delle istituzioni, di rispetto delle istituzioni da non piegare mai a interessi di parte, qualunque fosse l’interesse e qualunque fosse il momento».

L’ascesa politica di Nilde Iotti, anche all’interno del Pci, si concretizza dopo la morte di Togliatti nel 1964 (le immagini dei funerali - lei velata di nero, i volti dei militanti in lacrime, le bandiere, i pugni chiusi al cielo – restituiscono bene lo spirito del tempo). Da quel momento la comunista reggiana s’impone sulla scena della Repubblica: gli anni 70 sono più che mai i suoi anni, in una coerenza di posizioni espresse sin da quando era approdata alla Costituente, nel gruppo dei 75, precisamente nella sottocommissione dedicata ai “Diritti e doveri dei cittadini”, in cui le era stato affidato il tema della famiglia. Comincia lì il lavoro tenace per garantire alle donne il ruolo che meritano all’interno della società. La priorità è liberarle dall’impostazione di leggi che ne sancivano la minorità giuridica (vigevano, all’epoca, la patria potestà, la dote da portare allo sposo, il carcere per l’adulterio e molto altro), battersi anche per la condizione e lo status dei figli, decretando l’equiparazione tra quelli nati nel matrimonio e quelli concepiti fuori dalle nozze. Alla grande modernità della riforma del diritto di famiglia (1975), si affiancano le campagne per il no al referendum sull’abolizione del divorzio, per la 194 che regola l’interruzione di gravidanza, per una regolamentazione dei tempi di lavoro, formazione, congedi parentali (legge 53 /2000 e Testo Unico sulla Maternità).

Gli ottanta minuti del documentario passano in un lampo, le ultime scene sono dedicate a chi, come Elly Schlein, potrebbe raccogliere il testimone («alle donne, alle mie compagne, alle amiche, credo di aver lasciato in eredità la vocazione a coltivare un’autonomia di pensiero e un grande rispetto delle istituzioni», scrisse Nilde): la vicepresidente dell’Emilia Romagna appare decisa e consapevole nel rivendicare la crucialità del tempo delle donne, oggi. Mentre scorrono i titoli di coda, accompagnati dalle note di Bella ciao interpretata da Paolo Fresu, ci si ritrova a chiedersi quel che di importante manca, in una selezione certamente molto complicata. Colpiscono forse, più delle altre, le assenze di Enrico Berlinguer e Tina Anselmi. Con la parlamentare e ministra democristiana, la comunista Iotti non esitò a collaborare quando c’era di mezzo un obiettivo comune, il cui peso e valore prescindevano dai colori di partito. Non era poi così raro. Era la Politica.

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