analisiLe ragioni di una crisi anomala

L’azzardo di Renzi: più peso nel governo o piena agibilità politica al centro

Dietro le mosse dell’ex premier il non decollo del suo partito, fermo attorno al 3%: contare di più o passare all’opposizione il bivio di IV

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In qualunque modo finirà nella prossime ore questa anomala crisi di governo - se con un Conte ter in extremis che recuperi Italia Viva, se con un governo Conte che va avanti grazie a un nuovo gruppo di responsabili senza Italia Viva o se con un altro premier - in molti si chiedono che cosa c’è dietro l’“azzardo” di Matteo Renzi, premier per tre anni e alla guida del Pd del 40% prima di tentare l’avventura con la formazione di un nuovo partito.

Le critiche a Conte condivise dal Pd

Perché è vero che molte delle critiche che Renzi ha rivolto nelle ultime settimane a Giuseppe Conte avevano un fondamento di verità ed erano condivise quasi al 100% dal Pd, dalla questione dell’attivazione del Mes per l’emergenza sanitaria che lo stesso segretario dem Nicola Zingaretti chiede con forza da mesi fino alle critiche, e dunque allo stop al Recovery arrivato l’8 dicembre scorso, sulla cabina di regia immaginata dal premier con sei supermanager sotto l’ombrello di Palazzo Chigi e slegati di fatto dal controllo politico del resto del governo e dei partiti che lo compongono. Ma è anche vero che per ottenere le “correzioni” chieste non era necessario arrivare fino allo strappo che si intravede con il ritiro della delegazione renziana dal governo e dunque l’apertura vera della crisi.

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Conte e la mancata riconciliazione

Di certo Conte non ha lavorato, né prima dell’8 dicembre né soprattutto dopo, a una riconciliazione e al riconoscimento politico di colui, ossia Renzi, che aveva permesso la nascita del Conte 2 ritirando il niet contro il M5S nell’estate del 2019. E questo è stato un errore: continuare come se Renzi con il suo gruppo parlamentare al Senato non esistesse ha contribuito a irrigidire il clima. Da parte sua Renzi, vedendosi recapitare la prima bozza del Recovery plan di notte, poco prima del Consiglio dei ministri, ha capito che senza alzare la voce si sarebbe condannato alla marginalità all’interno della coalizione di governo e all’esclusione dalla partita più importante dei prossimi 6 anni. Ossia quella della ricostruzione con l’utilizzo dei circa 200 miliardi di fondi Ue in arrivo da fine anno. «Se non posso incidere sui contenuti e sui progetti - è stato il suo ragionamento - chi me lo fa fare a restare dentro un governo che prende in continuazione decisioni che non condivido?».

Alla ricerca di visibilità

Al fondo dell’agire di Renzi c’è una questione di visibilità e di agibilità politica. Italia Viva è nata subito dopo la formazione del Conte 2 (le ministre Bellanova e Bonetti sono entrate come quota Renzi ma nella delegazione del Pd) con l’ambizione di coprire l’area di centro riformista che non si riconosce né in Forza Italia schiacciata sulla Lega di Salvini né nel Pd a guida zingarettiana a suo modo di vedere schiacciato sul populismo di sinistra dei pentastellati. Ma il progetto politico, che ambiva alle due cifre, è fin qui sostanzialmente fallito. E Renzi si è convinto, a torto o a ragione, che i deludenti risultati raggiunti dalla sua lista alle scorse regionali (neanche nella sua Toscana ha superato il 4%) siano da attribuire alla sua permanenza in un governo bloccato dai veti di un M5s in eterna crisi di leadership sul quale non è mai riuscito veramente ad incidere.

L’ipotesi Conte ter

Da qui la decisione dell’“azzardo”, ossia la scelta di andare fino in fondo sulla strada del ritiro della delegazione se da Conte non fossero arrivati, e continueranno a non arrivare nelle prossime ore, segnali per la formazione di un governo nuovo, il Conte ter, fondato su un nuovo patto programmatico e su una compagine governativa profondamente rivisitata. Se riuscirà ad ottenere questo risultato in extremis Renzi otterrà un Conte fortemente ridimensionato nei suoi poteri e nella sua forza politica (e questo è un bene per lui perché un eventuale partito contiano sarebbe un concorrente elettorale nell’area di centro) e la possibilità di incidere non solo nel governo ma anche nella costruzione dell’alleanza che si presenterà alle prossime elezioni politiche presidiando l’area riformista di centro.

Un nuovo governo senza Conte

Se invece l’esito della crisi dovesse essere la formazione di un nuovo governo con la stessa maggioranza ma con un altro premier al posto di Conte in un certo senso Renzi avrà fatto bingo: resterebbe nell’area della maggioranza e avrebbe ottenuto la testa del suo principale competitor. L’ultimo scenario vede invece Italia vIva all’opposizione di un governo Conte-M5s-Pd-Responsabili. E fare l’opposizione a un governo siffatto, politicamente debolissimo, gli ridarebbe senz’altro quell’agibilità politica che potrebbe portare il suo partito fuori dalla sabbie mobili del 3% o poco meno: poco da perdere, e dunque un’opportunità da cogliere.

La legge elettorale

Ma se davvero dovesse nascere un governo Conte con l’aiuto dei responsabili Renzi avrebbe in prospettiva il problema della legge elettorale, che Pd e M5s vogliono proporzionale con sbarramento al 5% e che a maggior ragione dopo lo strappo di Italia Viva avrebbero interesse ad approvare in Parlamento al posto dell’attuale Rosatellum che invece prevede una soglia al 3%. Ma i problemi vanno affrontati uno alla volta. E l’unica cosa certa è che il senatore di Rignano non poteva più permettersi di stare fermo, pena il suicidio del suo progetto politico.

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