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L’e-commerce con i negozi chiusi: una boccata d’ossigeno, non la salvezza

Netcomm segnala un forte calo in aprile per le vendite dei marketplace di abbigliamento, tessile e accessori. I player specializzati sono di nuovo operativi, le boutique fisiche hanno praticato forti sconti sul web

di Giulia Crivelli

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Netcomm segnala un forte calo in aprile per le vendite dei marketplace di abbigliamento, tessile e accessori. I player specializzati sono di nuovo operativi, le boutique fisiche hanno praticato forti sconti sul web


3' di lettura

È stato strano e imprevedibile – come tutto ai tempi del Covid-19 – l’andamento dell’e-commerce a partire dall’11 marzo, giorno nel quale fu decretata la chiusura dei negozi in Italia, e più in generale negli ultimi due mesi, in Europa e nel mondo. In assenza del retail fisico (monomarca, multimarca, department store, centri commerciali), qualcuno aveva pensato che l’unico canale distributivo rimasto, l’online, sarebbe automaticamente cresciuto. È successo, ma solo per alcune categorie: cibo, articoli sanitari e per la casa, attrezzature e abbigliamento per lo sport intra moenia e... per il bricolage. Tutti generi di prima necessità, in tempi di quarantena.

Definizione che non si può applicare alla moda, a maggior ragione se le occasioni per utilizzare e/o sfoggiare una nuova camicia o un paio di scarpe sono annullate dal telelavoro. Secondo l’indagine condotta da Netcomm all’inizio di aprile, l’emergenza sanitaria ha causato un calo delle vendite per l’84% dei marketplace del settore abbigliamento, tessile e accessori, ma il 61,54% degli intervistati ha acquisito nuovi clienti.

Più difficile capire quanto il lockdown abbia pesato sui siti di player specializzati come il gruppo Ynap e sugli e-shop di singoli marchi. Perché in Italia ed Europa molti hanno deciso – anche per mancanza di regole chiare – di sospendere le spedizioni per una parte di marzo e per le prime settimane di aprile. Un periodo in cui si dava la possibilità di ordinare, ma si avvertiva che – per la sicurezza di tutti – le spedizioni sarebbero riprese in un secondo tempo. Dalla metà del mese scorso è successo proprio questo: Yoox e The Outnet sono tornati operativi, benché con l’avvertenza ai clienti che potrebbero esserci ritardi nelle consegne e nei resi. Ancora diversa la situazione di Amazon: gli ordini sono aumentati al punto da portare a centinaia di migliaia di nuove assunzioni, negli Stati Uniti ma anche in Europa. I best seller però non sono stati abiti e accessori, bensì gli altri “reparti” di questo incommensurabile ipermercato virtuale. Libri, elettronica, articoli per la casa di ogni genere, giochi da tavola (puzzle in particolare), apparecchi sanitari (dai saturimetri alle mascherine, dai guanti a ogni tipo di disinfettante possibile) e naturalmente cibo.

A guardar bene, la moda non è mai stato il punto forte di Amazon: il sito ha tentato varie strade, compresa una linea a marchio proprio. Ma i brand di fascia media e alta sono in fuga da marketplace dove aumenta il rischio di non controllare i prezzi e, ancora più grave, di contraffazione e quindi danno per l’immagine dei brand.

Siti di boutique fisiche come Luisaviaroma.com non si sono mai fermati, ma – a proposito di prezzi – hanno praticato da subito forti sconti (fino al 50%), come se la stagione dei saldi fosse stata anticipata di quattro mesi, da luglio a marzo. In assenza di dati certi, si può dire che l’e-commerce è servito a tenere in vita, per quanto possibile, il contatto con i consumatori finali e, per i siti di piccoli brand o monomarca, è stato una boccata di ossigeno in una situazione di apnea prolungata. Il dato positivo segnalato da Netcomm è che molte persone hanno fatto in questo periodo acquisti online per la prima volta, superando ritrosie culturali o tecnologiche. Una carta da giocare nella fase due, che anche per l’e-commerce, deve ancora, di fatto, arrivare. In Italia e non solo.

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