Giustizia e società / 3

L’eccesso di norme e parole che indebolisce la forza del diritto

Perché la «verbosa esteriorità della legge» si sta sostituendo alla «silenziosa sacralità del diritto».

di Niccolò Nisivoccia

(AdobeStock)

3' di lettura

La produzione legislativa degli ultimi anni, in Italia, sembra caratterizzata da due elementi su tutti, a considerarla in uno sguardo complessivo: l’inarrestabilità e l’inflessibilità. Le norme si sono moltiplicate e continuano a moltiplicarsi a dismisura, in ogni campo, dal diritto civile al diritto penale; e si moltiplicano anche al loro interno, in flussi incontenibili di parole e di precisazioni, in un linguaggio più burocratico che giuridico. E questa moltiplicazione ha luogo molto spesso nel segno della severità. Sembra irresistibile l’idea secondo cui il diritto deve regolamentare tutto, ogni angolo, ogni dimensione delle nostre vite; e ci si illude che, per essere più efficaci, le norme debbano prevedere sanzioni sempre più dure per l’ipotesi in cui vengano violate (ferma una differenza fra le sanzioni, che hanno e possono avere solo natura economica, quando l’inosservanza riguardi le norme civili, e che consistono invece nella privazione della libertà personale, quando la norma violata sia una norma penale).

Naturalmente, non esiste nessuna correlazione di necessità fra i due elementi: nel senso che potrebbe anche darsi una moltiplicazione di norme contraddistinte dalla mitezza anziché dal rigore, così come la severità delle regole non si misura sul loro numero, perché ogni regola è severa in sé stessa, indipendentemente da quanto previsto dalle altre. Ma è un dato che le due cose, negli ultimi anni, si siano spesso accompagnate: e di questo dato possiamo solo prendere atto. O meglio: che “la silenziosa sacralità del diritto” sia stata ormai sostituita da una “verbosa esteriorità della legge”, come notava già una decina di anni fa Gustavo Zagrebelsky, è davvero un dato oggettivo, incontestabile in quanto tale, e cioè in quanto risultante dal freddo confronto fra le gazzette ufficiali di oggi e di quelle di un tempo; mentre è opinabile, se si vuole, la valutazione sulla natura afflittiva delle norme, che ciascuno giudica secondo le proprie inclinazioni personali e politiche. E quindi non c’è dubbio che, per quanti possano pensare che una norma sia molto o troppo severa, altri potranno pensare il contrario: che non lo sia abbastanza o che dovrebbe esserlo ancora di più. Ma pensare che una norma potrebbe essere ancora più severa di quanto non sia non dovrebbe impedire di essere d’accordo almeno sulla sua severità in assoluto. Ed ecco, almeno su questo forse si può essere d’accordo: sul fatto che il diritto degli ultimi anni abbia concesso molto a domande sanzionatorie e punitive di vario genere.

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L’impressione è che, per questa strada, il diritto stia perdendo molta della sua forza e della sua legittimità, ammesso che non le abbia già perse. Vale a dire (senza entrare qui nel merito delle distinzioni fra “legalità” e “legittimità” del potere compiute da Max Weber, perché il discorso sarebbe enorme): che un po’ alla volta stia smarrendo la sua ragion d’essere e la sua funzione, che dovrebbero essere quelle di contribuire a costruire relazioni sociali in una dimensione collettiva, di convivenza, di scambio reciproco delle esistenze. Che si stia indebolendo, infragilendo. Che si stia allontanando dal corpo vivo della società; e che la società, da parte sua, lo ascolti e lo riconosca sempre meno.

Su questi argomenti, di recente ha scritto pagine bellissime Natalino Irti, nel suo Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo). Le norme, osserva Irti, implicano innanzitutto una disponibilità nei loro destinatari ad ascoltarle: e quando sono troppe diventano appunto inascoltabili. Di più: quando si frantuma in un fiume incontenibile di parole (quando ceda «all’oscura prosa del caos legislativo», scrive Irti), il diritto diventa perfino inconoscibile, prima ancora che incomprensibile.

L’eccesso di norme si rovescia, fatalmente, nel suo opposto: nell’anomia, nell’assenza di norme.

In una simile anomia, anche la stessa idea secondo cui da un maggior rigore potrebbe derivare una maggior obbedienza si rivela ancora più illusoria di quanto già non sia e non sia mai stata: perché, se una norma non può essere ascoltata né riconosciuta, non potrà esserlo neppure nel suo momento sanzionatorio.

La verità è che la vita eccede sempre il diritto: e nessuna norma, neppure la più severa, potrà mai contenere questa eccedenza. Aldilà di qualunque aspirazione ordinatrice e repressiva, la vita non si lascerà mai né imbrigliare né spaventare a sufficienza. Nel migliore dei mondi possibili, il diritto dovrebbe essere altro: rigoroso e preciso nella forma (quasi come la poesia), mite e fraterno nella sostanza. E dovrebbe ridurre al minimo indispensabile la sua invasione della vita.

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