Regole di bilancio

L’eccesso di spese correnti rischia di delegittimare l’asse tra Draghi e Macron

di Ignazio Angeloni

(Francesco Fotia / AGF)

4' di lettura

Mentre le nostre forze politiche si dedicano al proprio sport preferito – gli intrighi di palazzo, in questo caso quello più alto – il bollettino dell’economia volge al peggio. O per meglio dire, muove verso una condizione più difficile e rischiosa per il nostro Paese, nonostante i suoi successi nell’affrontare il virus. Vediamo perché.

Prima di tutto, è sempre più evidente che i rischi di inflazione nell’economia post-pandemica sono stati sottovalutati. L’aumento dei prezzi energetici – congiunturale, ma anche strutturale e geopolitico – si combina con le restrizioni nell’offerta nel determinare condizioni ideali per una fiammata inflazionistica. L’economia e la società post-Covid saranno diverse dal passato. Non sappiamo esattamente come, ma è certo che prevarranno abitudini, stili di vita e di lavoro, modelli di consumo e di produzione nuovi. Cambiamenti strutturali e settoriali di questa natura stimolano aumenti dei prezzi che facilmente diventano persistenti. La Bce insiste che il fenomeno è temporaneo, ma il suo argomento è debole: anche se fra qualche mese l’inflazione dovesse tornare stabilmente al 2%, cosa su cui è lecito nutrire forti dubbi, è ormai chiaro che quelle attuali non sono condizioni in cui mantenere tassi di interesse negativi. Nelle ultime settimane anche dall’interno della Banca centrale sono pervenute espressioni di opinione in questo senso, pur ancora parziali e sfumate.

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La crescita economica rimane forte, soprattutto in Italia. Ma va chiarito un equivoco. La crescita nel 2021 (oltre il 6%) e quella prevista per il 2022 (4%) sono una riemersione rispetto alla caduta del 2020, non un riposizionamento dell’economia italiana su quel sentiero di crescita strutturale più alto sul quale si fondano le previsioni del governo e il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Per conseguire quell’innalzamento strutturale, cruciale per il futuro del Paese e per la sostenibilità del debito specialmente nella prospettiva di un aumento dei tassi, non bastano le 51 condizioni già soddisfatte dall’Italia per ottenere la prima tranche dei fondi europei. Occorrerà la puntuale e completa attuazione degli investimenti e delle riforme del Piano. Una cosa tutta di là da venire.

E qui si arriva alla madre di tutti gli assilli italiani: la finanza pubblica. Su queste colonne avevamo già segnalato mesi fa che le spese correnti del bilancio pubblico programmate nel Def di aprile, poi nella NaDef di ottobre, infine nella legge di bilancio crescevano troppo per assicurare la sostenibilità dei massicci investimenti pubblici previsti nel Pnrr. Un allarme oggi condiviso anche da altri osservatori. Quello che ancora manca nel programma del governo è il concetto che la riconversione dell’intervento pubblico, in altre parole la riforma del bilancio, deve essere complessiva (più investimenti, meno spese improduttive), non parziale (più investimenti, e per il resto sia quel che sia). È importante che dal governo vengano segnali chiari in questo senso in un momento in cui si sentono invece caldeggiare correzioni al rialzo delle spese e il rinnovo di ristori e sostegni a pioggia. Non vi è dubbio che il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia Daniele Franco abbiano ben presente i rischi prospettici del debito pubblico. Ma non è altrettanto ovvio che le forze politiche e l’opinione generale, magari fuorviate dall’illusione diffusa che tutto sia diventato possibile e ogni vincolo sia scomparso, se ne siano rese conto. Tocca a loro quindi suonare il campanello di allarme.

Nel dibattito sulle nuove regole di bilancio che l’Europa dovrà definire nei prossimi mesi sono intervenuti prima di Natale, con tutto il peso della loro autorevolezza, Draghi e il Presidente francese Emmanuel Macron. In un articolo pubblicato sul «Financial Times» ripreso da tutta la stampa internazionale essi hanno messo in guardia contro regole restrittive che ostacolino la realizzazione a debito degli investimenti pubblici che i piani europei prevedono. L’articolo ha carattere politico, ma richiama anche un documento tecnico con proposte, elaborato da economisti dei due governi. Su quest’ultimo ci riserviamo forse di tornare in un momento successivo. L’articolo merita però subito una riflessione a parte.

Nell’Europa di oggi che guarisce, che cambia e che matura, l’intervento dei due Presidenti riafferma con forza il legame storico fra Italia e Francia. Non è azzardato oggi ipotizzare l’evoluzione verso forme avanzate di integrazione politica fra i due Paesi; Draghi e Macron si sono già espressi in questo senso. Val la pena ricordare che l’iniziativa si pone in un solco millenario. Dalla conquista di Cesare, e ancor più dopo che la sconfitta delle legioni romane nella Selva di Teutoburgo (9 DC) ha fissato per sempre sul Reno il confine fra l’Europa romanizzata e quella germanica, i destini dei due Paesi, connotati dai loro comuni tratti linguistici, culturali, umanitari e ideali, si sono sempre accostati. L’identità politica dell’Italia e la sua stessa unità nazionale devono molto alla Francia: non è una coincidenza che sui pennoni più alti di entrambi i Paesi sventoli un tricolore. L’iniziativa di Draghi e Macron ha particolare valore anche perché riafferma questa eredità e ne arricchisce il contenuto.

Detto ciò, è lecito esprimere qualche riserva su come l’iniziativa si inserisce nel dibattito attuale. Pubblicato – chissà perché – su un giornale britannico, per il fatto di escludere dal pronunciamento altri partecipanti (soprattutto la Germania) e di presentare gli argomenti in modo abbastanza unilaterale (il riferimento a «mantenere sotto controllo la spesa pubblica ricorrente attraverso riforme strutturali ragionevoli» è piuttosto generico), il messaggio rischia di essere visto più come un’opinione di parte che come lo sforzo di arrivare a una linea europea comune e condivisa. Vale anche qualche considerazione più sostanziale. Nel ventennio dell’euro, Italia e Francia si sono connotate entrambe per un livello medio delle spese pubbliche correnti in rapporto al Pil superiore alla media dell’eurozona, e per una crescita del Pil pro-capite inferiore. Non esattamente la prestazione che autorizza insegnamenti su come regolare il bilancio. Entrambi i Paesi sono entrati nella crisi pandemica con spese correnti in eccesso rispetto alla media degli altri, e non è previsto che questa situazione cambi nel prossimo futuro.

Italia e Francia hanno la volontà e la capacità politica di esprimere insieme una posizione molto influente nel negoziato a venire. Ma la soluzione sarà necessariamente un compromesso che tenga conto delle sensibilità di tutti. Disposizioni che regolino le finanze degli Stati, sperabilmente più semplici e trasparenti di quelle passate, continueranno a esistere, ed è un bene che sia così. Soprattutto per Paesi, come il nostro, la cui stabilità futura dipende dall’esistenza e dal rispetto di quelle regole.

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