Opinioni

L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane

La trasparenza nell’emersione dei rischi bancari è importante, ma va perseguita con giudizio

di Marco Onado

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(REUTERS)

La trasparenza nell’emersione dei rischi bancari è importante, ma va perseguita con giudizio


3' di lettura

Stiamo entrando in una fase molto delicata della crisi causata dalla pandemia: i segnali incoraggianti di ripresa economica sono oscurati dalle nubi di un rimbalzo dei contagi in Europa che ha portato da lunedì un’ondata di nervosismo sui mercati, coinvolgendo in particolare le banche, che da un lato devono dare un contributo essenziale all’attività produttiva, ma dall’altro sono richiamate a non essere troppo ottimiste nella valutazione dei rischi. Le autorità di vigilanza sono giustamente preoccupate di garantire la massima trasparenza nell’emersione dei rischi bancari: dai tempi della crisi giapponese, cioè da trent’anni a questa parte, le zombie bank (cioè quelle che avevano perso gran parte del capitale a causa di rischi di credito non dichiarati) hanno aggravato e prolungato la fase di recessione. Il lassismo delle autorità di vigilanza in quei casi ha sicuramente comportato un prezzo elevato. Anche in Europa si è forse tardato a riconoscere le perdite potenziali accumulate prima della grande crisi finanziaria. Dunque i richiami che vengono oggi dai regolatori a non ritardare l’emersione dei rischi sono più che comprensibili.

Detto questo, bisogna però mettere in evidenza almeno due punti fondamentali. Innanzitutto, nonostante i primi segnali di ripresa, non possiamo essere sicuri di aver lasciato alle nostre spalle la fase più acuta della crisi e soprattutto non abbiamo ancora capito come sarà il mondo del dopo-Covid. Dunque nessuno è in grado di sapere quali imprese, fra le tante che oggi lottano per sopravvivere, alla fine ce la faranno. In una situazione così delicata la guardia va ovviamente tenuta alta, ma bisogna evitare di correre il rischio opposto, eccedendo in severità e togliendo alle banche i margini di discrezionalità nella valutazione del rischio che da sempre costituiscono la ragion d’essere del credito e della sua capacità di essere a fianco delle imprese anche nei momenti di difficoltà.

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Per questo motivo, la recente presa di posizione della European banking authority (Eba), che ha escluso la possibilità di prorogare oltre il 30 settembre i margini di flessibilità accordati, può creare problemi in questa fase delicata, perché arriva proprio allo scadere delle misure – che non potevano che essere temporanee – di sostegno ai debitori attraverso moratorie, garanzie statali, cassa integrazione. Va detto però che nello stesso convegno all’Abi, il Governatore ha aperto uno spiraglio e ha invitato le banche a «non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili». L’avverbio riconosce implicitamente che oggi l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio che rischia di penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discrezionalità.

Il secondo problema sta nel fatto che la comprensibile preoccupazione di aumentare la trasparenza dei bilanci bancari ha spostato l’attenzione dalla categoria ristretta delle sofferenze a quella allargata dei crediti deteriorati (Npl nella terminologia corrente) che includono anche le “inadempienze probabili” e gli “sconfinamenti ed esposizioni scadute”. Assimilare queste due categorie alla prima, cioè a quella che può consentire recuperi solo in sede di escussione delle garanzie o di procedure concorsuali significa sommare pere e mele ed è una forzatura che rischia di svilire il contributo che il banchiere può dare nell’aiutare le imprese a superare temporanei momenti di difficoltà, soprattutto se legati a eventi esterni e imprevedibili come la pandemia. E per di più, sempre nell’ansia di togliere margini di discrezionalità ai banchieri, le regole per la classificazione nella categoria degli sconfinamenti diventeranno ancora più rigide a partire dal prossimo anno.

Si badi che stiamo parlando di cifre importanti. Al 31 dicembre 2019, inadempienze probabili e sconfinamenti erano pari al 90% delle sofferenze, con netta prevalenza della prima categoria. Si rischia quindi che il nuovo criterio determini un salto nella seconda e quindi nell’importo globale degli Npl, su cui ormai si concentra l’attenzione del mercato. Ma si tratterà di un aumento determinato solo da un ulteriore spostamento verso regole automatiche da applicare pedissequamente a scapito della discrezionalità. E tanto per cambiare l’Italia pagherà un prezzo più alto perché la prevalenza nel nostro tessuto produttivo di piccole e medie imprese, da sempre sfavorite nel credito commerciale, soprattutto se fornitrici della pubblica amministrazione, aumenta enormemente la probabilità di temporanee difficoltà nel rispetto delle scadenze, anche da parte di imprese sane e di successo. Va bene il rigore, ma non dimentichiamo mai la saggezza di una vecchia volpe della politica come Talleyrand: «Surtout, pas trop de zèle».

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