a colloquio con Anne Applebaum

L’eccidio di Stalin nel granaio d’Europa

di Eliana Di Caro


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5' di lettura

Morire di fame nel granaio d’Europa è un paradosso, ma quel che successe tra il 1931 e il 1933 in Ucraina fu molto di più: gli storici hanno ricostruito e denunciato - soprattutto a partire dal ’91, quando il Paese tornò indipendente - come il regime sovietico mise in atto lo spietato rastrellamento di qualunque prodotto agricolo, fino all’ultimo chicco di grano, affamando e di fatto uccidendo cinque milioni di persone.

La giornalista del Washington Post Anne Applebaum, già premio Pulitzer per Gulag nel 2004 e Premio Nonino 2019, nelle oltre 500 pagine del libro La Grande Carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina (Mondadori) spiega come si sia trattato in realtà di una carestia “artificiale” perpetrata dal regime. Il dittatore procedeva alla collettivizzazione e incentivava la crescita delle città e dell’industria a spese dei contadini. Il suo fu un eccidio censurato per anni anche dai media. L’autrice non risparmia particolari agghiaccianti sulla fame che consumò lentamente gli ucraini, citando alcuni episodi di cannibalismo.

In un colloquio con il Sole 24 Ore racconta la genesi di quest’opera: «È partito tutto da conversazioni con amici, storici ucraini (che mi hanno aiutato molto) e con uno storico italiano che si occupa di questo Paese, Andrea Graziosi. È emerso tanto materiale su quegli anni e ho pensato che fosse interessante esaminarlo: negli anni 80 era già stato scritto un libro in inglese sulla Grande Carestia, ma ora c’è la possibilità di dare un’idea ancora più approfondita di cosa siano stati lo stalinismo, il totalitarismo in quel periodo. Scriverne è stato difficile perché documenti e testimonianze erano addirittura troppi: l’archivio nazionale ucraino è aperto e facilmente utilizzabile; a Mosca invece in questo momento non è semplice accedere agli archivi, ma fino a 10 anni fa gli studiosi sono riusciti a recuperare una grande quantità di informazioni. Negli anni 80 sono partiti diversi progetti per la raccolta di memorie e storie della Grande Carestia attraverso delle interviste. E anche in precedenza erano stati trascritti colloqui condotti con gli ucraini che erano emigrati dopo la guerra negli anni 40».

Un’opera, quella di Applebaum, che costituisce un risarcimento, almeno in termini di conoscenza e verità, per il Paese in un momento politico non semplice. «In Ucraina - conferma l’autrice - il libro è stato accolto benissimo. L’ho presentato a Kiev. Gli storici locali si sono mostrati molto aperti, amichevoli, disponibili. In Russia non è stato pubblicato, ci sono stati degli attacchi sia in Ucraina da fonti che ritengo essere collegate al Cremlino, sia dalla Russia a proposito della versione spagnola e tedesca; ho ritenuto fosse meglio ignorarli. La situazione in Russia è abbastanza controversa, innanzitutto perché c’è un revival della ideologia sovietica che in questo momento è valutata in modo positivo: la questione della Carestia chiaramente distingue la storia ucraina da quella russa, mentre il governo di Putin vorrebbe uniformare l’Ucraina alla Russia, vorrebbe che venisse percepita come parte della Russia. La vicenda che ho ricostruito porta alla luce la forte determinazione del popolo e l’orgoglio ucraino».

Quando si parla di attacchi, oggi si pensa al linguaggio violento o alle fake news che possono distruggere una persona, ma la giornalista non dà loro troppa importanza, anzi puntualizza che se ne aspettava di più: «Non vi ho prestato attenzione. Mi hanno accusato di far parte della Cia o lavorare per il governo polacco (è sposata con Radosław Sikorski, politico polacco appena eletto al Parlamento europeo, e da tempo risiede in Polonia, ndr), o per una qualche entità straniera; di raccontare storie non del tutto vere; di vendere informazioni fornite da nazisti ucraini, rappresentando dunque la visione nazista, o di fare propaganda contro la Russia. In realtà nessuno si concentra sulla sostanza della mia ricerca. Puntano a screditare me come persona o a minacciarmi».

    Nel libro si racconta la storia di Walter Duranty, corrispondente del New York Times all’epoca dei fatti, acquiescente con il regime sull’ Ho lodomor (in ucraino “sterminio per fame”), premiato addirittura con il Pulitzer, e quella di Gareth Jones, un cronista gallese che aggirò con coraggio la censura ma il cui racconto poi non ebbe seguito.

    «Duranty era un personaggio, allora, era il primo corrispondente del New York Times a Mosca. La sua disonestà - argomenta Applebaum - non era stata capita: non dobbiamo dimenticarci che nel 1933 Hitler era appena andato al potere, gli Stati Uniti cercavano di rafforzare i rapporti con l’Unione Sovietica e tutto sommato la versione di Duranty funzionava perché non faceva emergere il totalitarismo e quel che stava succedendo; un po’ come accade oggi con la Cina, sulle cui pesanti responsabilità si soprassiede perché è un interlocutore commerciale. Le cose cambiarono nel ’91: fino a quel momento l’Ucraina non era mai stata vista dall’Occidente come Paese a sé stante , con una propria cultura e una propria identità. Quanto a Gareth Jones, oggi è considerato un eroe, ha una targa commemorativa nell’università del Galles, ci sono sue statue, è oggetto di mostre».

    Nello scacchiere geopolitico attuale, se mettiamo in fila Trump, Orban, Le Pen, Babiš, Salvini, Morawiecki, si nota un fil rouge che li accomuna. L’esperienza e i lavori di Applebaum possono dare una spiegazione su un’affermazione del genere in così tanti Paesi: «Chi ha successo viene imitato, e questo vale per Trump, Orban e gli altri, come anche per Putin. Le tattiche, l’uso del linguaggio, il denigrare le istituzioni democratiche (i giudici, la stampa, la burocrazia, in alcuni casi addirittura la polizia) sono stati un modo per raggiungere popolarità, sfruttando alcune circostanze: innanzitutto la crisi finanziaria che ha avuto un impatto anche dal punto di vista emotivo, perché si è persa la fiducia nell’Occidente. Il trasferimento delle informazioni dalla tv e dai media tradizionali a internet ha creato una maggiore distanza tra la politica e la gente. Anche la velocità con cui cambia la tecnologia - e, di conseguenza, le nostre vite e i nostri rapporti con le persone - è un fattore da non sottovalutare: se ci pensiamo, nel 2007 è stato creato il primo Iphone, e da allora non possiamo fare più a meno di uno smart phone. Sono passati solo 12 anni! Quando ci sono fasi di instabilità e trasformazioni del genere, molto spesso vincono i politici più semplici, che parlano di valori tradizionali e puntano sul ritorno al passato. Questi personaggi sono riusciti a utilizzare internet molto meglio rispetto agli altri, il che è stato importante: basti pensare come l’algoritmo di Facebook sia in grado di promuovere il sensazionalismo e ci rendiamo conto che loro sono stati più efficaci. Putin supporta le posizioni della destra europea perché è contro l’Europa, contro l’Occidente, la Nato, la democrazia. Finché interagisce con una singola nazione europea, la Russia è il Paese dominante, ma quando deve confrontarsi con l’Europa unita sa di avere a che fare con un’entità molto più importante, e questo è lo stesso motivo per cui anche Trump vorrebbe dividere il Vecchio Continente. Lo Stato russo usa i social media manipolandoli in modo significativo, dimostrando che per esempio in Europa i partiti ricevono finanziamenti illeciti. Sappiamo che Putin ha finanziato la campagna politica di Marine Le Pen e anche di Alternative for Deutchland, il partito di estrema destra in Germania. Molto probabilmente c’è stato qualcosa di simile con Salvini e i 5 stelle, gli studiosi se ne stanno occupando. Putin ne supporta gli interessi e lo fa da circa dieci anni perché si sente all’interno di una Guerra fredda: per lui è una gara. La tv russa mostra l’Europa come una comunità totalmente disgregata dove - indipendentemente dal fatto che si parli di Italia, Francia, Germania o Regno Unito - tutto è visto come negativo, disastroso, si ripete continuamente che i migranti stuprano e ammazzano le persone... È fortemente anti-europeo».

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