Berlino

L’eco del Bauhaus nel mondo

di Gabriele Neri

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Bauhaus africano.L’Università Ife in Nigeria progettata dagli architetti Arieh Sharon, Eldar Sharon


4' di lettura

Sotto alla futuristica copertura della Haus der Kulturen der Welt di Berlino, ai bordi del Tiergarten, una mostra apre nuovi orizzonti sul mito del Bauhaus. Tra le tante esposizioni in calendario nell’anno del Centenario della scuola tedesca, è la più stimolante: invece di limitarsi a celebrarne i maestri e le icone, mette in scena i risultati di una ricerca pluriennale chiamata Bauhaus Imaginista.

Il titolo rimanda al Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, gruppo di artisti che nel 1954 vollero riprendere – in opposizione ad altre voci – lo spirito dei primi anni della scuola. Ma la mostra berlinese si pone piuttosto l’obbiettivo di indagare quale è stata l’eco del Bauhaus in tutto il mondo, fuori dalle strade già battute. Se sono ben noti i percorsi che portarono Gropius, Mies, Breuer, Albers e colleghi nei maggiori atenei degli Stati Uniti dopo la chiusura del 1933, poco conosciute sono le relazioni con India, Cina, Corea, URSS, Giappone, Marocco, Nigeria, Brasile, Taiwan. Grazie ai fondi eccezionali concessi dal Giubileo, i ricercatori (diretti da Marion von Osten e Grant Watson) hanno intrecciato una rete internazionale che ora si ricongiunge in questa puntata speciale.

Il viaggio comincia nella prima sezione (Corresponding With), dove la pedagogia del Bauhaus si confronta con altre scuole, incontrando rare riviste, lettere inedite, foto d’epoca e disegni. Nel 1919, mentre Gropius pubblicava a Weimar il suo Manifesto, il poeta indiano Rabindranath Tagore inaugurava la scuola d’arte Kala Bhavan vicino a Calcutta, cercando la sintesi tra avanguardie europee, tradizioni orientali e Arts & Crafts. Le analogie erano tali che nel 1922 a Calcutta si tenne la prima mostra della scuola tedesca fuori dalla Germania, incipit della sua mitografia globale. A Tokyo, nel 1931, Renshichiro Kawakita (amico dei primi tre studenti giapponesi del Bauhaus) fondò il Research Institute for Life Design, per tentare l’ibridazione tra l’approccio di Weimar e l’estetica nipponica, come mostrano i quaderni di appunti degli studenti.

Il disegno al tratto di Paul Klee di un tappeto, ispirato al suo viaggio in Tunisia del 1914, apre Learning From, il capitolo sui rapporti tra l’internazionalismo del Bauhaus e le tradizioni locali, le culture premoderne ed extraeuropee. A prima vista il tema è semplice: in tanti furono sedotti ad esempio dall’astrattismo e dalle tecniche dell’arte precolombiana, come Anni e Josef Albers che fecero ben 14 viaggi in Messico. La prospettiva non eurocentrica dona però un valore sociopolitico più profondo alla congiunzione di linguaggi precoloniali e moderni. Lo dimostra il lavoro messicano di Hannes Meyer (secondo direttore del Bauhaus) e Lena Bergner, che contribuirono a movimenti attenti alla lotta di classe e agli indigeni. In Marocco, nel 1962 Farid Belkahia prese invece le redini dell’École des Beaux Arts di Casablanca e sostituì l’ideologia coloniale con la freschezza delle tradizioni del Maghreb e il rifiuto (parallelo nel Bauhaus) della gerarchia tra arte alta e arte applicata.

La sezione Moving Away esplora le mutazioni delle idee del Bauhaus dopo la sua diaspora in nuovi contesti; caso interessante è quello del giovane I.M. Pei, poi autore (negli anni Ottanta) delle piramidi del Louvre. Nato in Cina, Pei studiò ad Harvard con Gropius e riuscì a convincere il Maestro – all’inizio scettico – della possibilità di fondere vernacolare e moderno in architettura, senza diventare kitsch. Più avanti, il film Scenes from the Most Beautiful Campus in Africa documenta la costruzione della Ife University in Nigeria, la prima università post-indipendenza, opera dell’architetto israeliano Arieh Sharon, allievo di Hannes Meyer. Egli fu capace di adattare il brutalismo modernista con la cultura Yoruba e l’architettura britannica tropicale, coniugando libertà degli spazi e protezione dal clima. Infine, la quarta sezione (Still Undead) prende spunto da un’installazione di Kurt Schwerdtfeger esposta ad una festa a casa di Kandinsky nel 1922, oggi ricostruita, che produce suoni, giochi di luci e ombre geometriche nello spazio circostante. Simili opere aprirono la strada a sperimentazioni poi usate in ambito artistico ma anche commerciale, inducendo riflessioni sul rapporto tra arte e pubblicità, accademia e controcultura, profitto e autonomia creativa.

Il grande pregio della mostra è di far accedere a territori finora inesplorati, aggiornando le prospettive storiografiche e soprattutto evitando la celebrazione fine a se stessa: per l’agiografia del Bauhaus, o per vedere i soliti pezzi arcinoti, meglio andare altrove. Anche l’allestimento risulta in linea con tali propositi, scegliendo finiture e materiali all’apparenza improvvisati piuttosto che supporti formalmente più eleganti. Sparse nelle sale ci sono inoltre le opere di artisti contemporanei, a cui è stato chiesto di reinterpretare i lavori del Bauhaus, in modo da attualizzarne la lezione.

Un appunto da fare riguarda il progetto grafico e di comunicazione: data la complessità del tema e la mole di informazioni, si poteva fare di meglio per orientare il pubblico non specialista. Ma un po' di fatica, ogni tanto, è concessa. Specie se è per comprendere la posta in gioco, ovvero l’attualità e la forza di tanti esperimenti pedagogici – non solo del Bauhaus, ma di numerose scuole internazionali – che negli ultimi cento anni hanno cercato di educare all’arte e al progetto per migliorare la vita di tutti. Incrociando biografie, disegni, libri e oggetti provenienti da tutto il mondo, ci si pone davanti, in modo tangibile, il valore della contaminazione culturale, dell’abbattimento delle frontiere, della curiosità reciproca, delle incessanti migrazioni che disegnano la storia globale. Migrazioni tragiche, come quella dei Bauhausler in fuga dalla Germania nazista, da cui sono però germogliate storie piene di vita e di progetti, buoni per chi è partito, per chi ha accolto e per chi oggi ne sente ancora la carica rivoluzionaria.

Bauhaus Imaginista

Berlino,
Haus der Kulturen der Welt

fino al 10 giugno.
Catalogo Thames & Hudson

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