Jonathan safran foer

L’ecologia come scienza umana

L’interesse di «Possiamo salvare il mondo prima di cena» non è tanto nei dati o nella denuncia ma nella capacità tipica della letteratura di coinvolgere e renderci capaci di credere in ciò che leggiamo

di Niccolò Scaffai


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4' di lettura

Scienza, sociologia, architettura, antropologia, arte: sarebbe difficile oggi trovare un campo della conoscenza che non chiami in causa l’ecologia. Tutti ormai sappiamo, più o meno bene, di cosa parliamo quando parliamo di riscaldamento globale (e quasi nessuno ormai è in grado di sostenere autorevolmente tesi eco-negazioniste o eco-scettiche). Molti sanno anche quali ne sono le cause principali e quali fattori ne amplificano gli effetti. Ma sono pochi quelli che, pur sapendo, credono. È su questa fondamentale differenza, tra sapere e credere, che insiste il nuovo libro di Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi («We are the Weather. Saving the Planet Begins at Breakfast»). Alternando saggio e narrazione, memoria storica ed esperienza personale, aneddoti ed esposizione di dati, Foer sviluppa alcuni dei temi che aveva già affrontato nel reportage narrativo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (2009). Anche in Possiamo salvare il mondo prima di cena l’oggetto principale della critica di Foer sono gli allevamenti industriali, fonti di colossali emissioni di metano.

Ma l’interesse del libro non risiede tanto nella sua componente informativa o di denuncia; le pagine in cui vengono elencate, in modo il più possibile referenziale, ragioni e conseguenze della deforestazione, dello scioglimento dei ghiacciai o del consumo eccessivo di carne, non fanno altro che riproporre in sintesi ciò che già illustrano i rapporti scientifici utilizzati e citati da Foer nelle note e in appendice. I dati che ne ricaviamo sono allarmanti, per non dire catastrofici; e tuttavia, anche se razionalmente sappiamo che la situazione è grave, non ci crediamo davvero, non ci comportiamo come quando un pericolo certo e imminente sta per raggiungerci. Credere e agire richiedono infatti, oltre alla conoscenza, ciò che potremmo definire una reazione empatica che avviene al livello sociale e culturale.

Per questo c’è bisogno di un’ecologia umanistica accanto a quella scientifica. Se lo studio scientifico dell’ambiente e del suo degrado si basa sui dati, la percezione culturale del rischio ecologico può essere attivata dal racconto. Per coinvolgere, per rendere capaci di credere, occorre narrare e nessun medium è in grado di farlo meglio della letteratura.

Anche per questo è bene sgombrare il campo da un equivoco: nonostante gli abusi cui il termine è esposto, ’narrazione’ non significa in alcun modo inganno o mistificazione; narrare è piuttosto un modo per trasformare la conoscenza in esperienza. Ben vengano dunque romanzi e racconti ecologici maturi, che non si limitino cioè a esaltare il valore della purezza ma che forniscano una chiave di lettura per accedere alla complessità.

In quest’impresa, si schierano idealmente accanto a Foer altri autori globali come Richard Powers (autore del recente Il sussurro del mondo, e soprattutto Amitav Ghosh. Nella Grande cecità (2016), Ghosh sottolinea l’importanza di fare del cambiamento climatico un tema da trattare seriamente. È una prova narrativa che molti scrittori oggi stanno affrontando, con esiti incerti e risultati non ancora definitivi: «Oltre a non essere una storia facile da raccontare – osserva Foer all’inizio di Possiamo salvare il mondo prima di cena – la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia». Non credo sia del tutto vero, ma lo scrittore ha ragione quando afferma che sembra «impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero», cioè estraneo agli scenari distopico-apocalittici della fiction più diffusa, ma che sia anche «affascinante». Eppure, una narrazione che tenga insieme realismo e paradosso, attendibilità e straniamento, è indispensabile per uscire dal circuito abitudinario che impedisce di accorgerci di ciò vediamo. L’ambiente è una ’casa’ (come suggerisce l’etimo della parola ’ecologia’, da oikos) e per «la maggior parte di noi la casa è il luogo più familiare, quello che spaventa di meno. Questo è anche il motivo per cui siamo meno capaci di averne una percezione accurata».

Neppure Foer ha dedicato ancora all’ecologia un romanzo, ma in Possiamo salvare il mondo prima di cena getta le basi su cui edificare una narrazione «veritiera e affascinante». Non a caso, il saggio mette continuamente in parallelo la crisi ambientale con altre fasi e questioni della storia contemporanea, già assimilate dalla letteratura novecentesca e ancora al centro del nostro immaginario: la Seconda guerra mondiale, la Shoah, il razzismo. Non si tratta sempre di confronti persuasivi, e si hanno talvolta dei dubbi sulla tenuta dell’argomentazione, ma ci possiamo trovare d’accordo sul senso complessivo: sono le buone storie, cioè quelle più efficaci e memorabili, che hanno consegnato alla Storia episodi e figure altrimenti destinati all’oblio.

«Il cristianesimo si sarebbe diffuso se, invece che inchiodato su una croce, Gesù fosse stato annegato in una vasca da bagno? Il diario di Anne Frank avrebbe avuto tanti lettori se l’avesse scritto un uomo di mezza età nascosto dietro un armadio»? Sono domande impertinenti quelle di Foer, perfino dissacranti, che hanno però il benefico effetto di ricordare quanto potere abbia il racconto, quale capacità di suscitare un’identificazione collettiva orientata verso uno scopo. Durante la Seconda guerra – ricorda lo scrittore – agli abitanti della costa orientale degli Stati Uniti fu chiesto di spegnere le luci al tramonto, così da impedire ai sommergibili nemici di sfruttare l’illuminazione urbana per individuare bersagli da colpire. L’utilità pratica della raccomandazione resta dubbia, ma la sua efficacia simbolica è certa. Per vincere una guerra è necessario consolidare il fronte interno intorno a gesti e simboli. La guerra del clima può essere combattuta allo stesso modo, coinvolgendo quante più persone possibile anche grazie alla forza empatica della narrazione? Per affrontare le questioni ecologiche, è ancora sensato ricorrere al paradigma dell’emergenza, che gli studiosi dell’Antropocene tendono ormai a respingere? Sono domande a cui lo stesso Foer non dà una risposta netta e che non possono essere affrontate assumendo una prospettiva facilmente ottimistica (in questo senso, la traduzione italiana del titolo è un po’ fuorviante). Ma intanto cominciamo a raccontare e a credere.

Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi
Jonathan Safran Foer
trad. di Irene Abigail Piccinini, Guanda, Milano, pagg. 320, € 18

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