il rapporto ispra

L’economia circolare ricicla anche i rifiuti speciali

Cresce del 3% la produzione del 2017 rispetto all’anno precedente, nonostante il rallentamento dell’economia. Il ruolo dell’export

di Alfredo De Girolamo


default onloading pic
Rifiuti da costruzione (Adobe Stock)

4' di lettura

Come di consueto nei giorni scorsi ISPRA, l'Istituto di ricerca del Ministero dell'Ambiente, ha pubblicato il suo Rapporto annuale sui rifiuti speciali, che analizza di dati relativi al 2017. Va subito detto che in termini di dati aggregati il Rapporto non indica grandi differenze con i valori dell'anno 2016. Dovremo forse attendere il rapporto del prossimo anno per comprendere gli effetti della crisi del mercato del riciclo nell'Estremo Oriente sulla struttura produttiva e di gestione italiana.

Il primo dato che comunque appare chiaro e un po’ sorprende, è l'aumento della produzione dei rifiuti speciali, quasi il 3% in più fra il 2016 e il 2017, +5 % rispetto al 2015. Un aumento importante (più riferito ai rifiuti non pericolosi che ai pericolosi), considerato che il Pil nazionale è cresciuto dell'1,5 % fra il 2016 e il 2017 e dello 0,9 fra il 2015 e il 2016. Dopo anni di crisi, quindi, i due anni di “ripresina economica” hanno fatto balzare in avanti la produzione di rifiuti speciali. Sara interessante vedere il dato del 2018 per capire se la recessione produrrà una contrazione oppure no. Comunque l'atteso “disaccoppiamento” fra crescita economica e produzione dei rifiuti ancora non c'è, dovremo aspettare gli effetti del pacchetto economia circolare, probabilmente fra qualche anno.
Il valore complessivo di rifiuti prodotti può spaventare ad una prima analisi: 138 milioni di tonnellate, quasi cinque volte il valore dei rifiuti urbani. Ma i dati disaggregati consentono una visione meno catastrofica.

La maggior parte dei rifiuti speciali sono ancora rifiuti da costruzione e demolizione (inerti), pari a 57,4 milioni di tonnellate (41,3% del totale). Sono sempre rifiuti, ma con caratteristiche meno complesse e di solito recuperati e smaltiti in loco. La seconda grande famiglia di rifiuti speciali è costituita dai cosiddetti “rifiuti di rifiuti”, ovvero dagli scarti del trattamento di rifiuti urbani e speciali, delle bonifiche e risanamenti ambientali. Sono 35,7 milioni di tonnellate, pari al 25,7% del totale. Non che non siano rifiuti, ma è come se contassimo i rifiuti due volte.
I rifiuti industriali veri e propri, provenienti dalle attività manifatturiere (quelli dei bidoni e delle big bag), e che associamo ad inquinamenti e traffici illeciti, sono “solo” quasi 29,9 milioni di tonnellate (come il totale dei rifiuti urbani) pari al 21,5% del totale.

Insomma un fenomeno composito fatto da flussi di rifiuti molto diversi.
Un altro dato che continua a sorprendere è che la quantità di rifiuti che “gestiamo” (negli impianti presenti in Italia) è superiore a quella dei rifiuti prodotti, anche considerando il saldo fra export ed import. Gestiamo circa 147 milioni di tonnellate, e considerato che ne esportiamo 3 milioni e ne importiamo 6,6milioni, i conti non tornano.

Ma a parte questo dato strano la performance del sistema Italia è positiva ed in costante miglioramento. I rifiuti speciali vengono per oltre due terzi avviati a riciclo con un aumento ulteriore rispetto all'anno prima (67,4% contro il 65% del 2016). Parliamo di circa 100 milioni di tonnellate di materiali all'anno (cui vanno aggiunti i circa 15 milioni dai rifiuti urbani), che fanno dell'Italia il principale distretto industriale del riciclo in Europa. Un distretto così forte che importa circa 6 milioni di tonnellate dall'estero. Unica nota “preoccupante” l'aumento del deposito temporaneo di rifiuti da avviare a riciclo, da 14,7 a 16 milioni di tonnellate, un brutto segno.

Le incertezze del mercato globale del riciclo hanno costretto le imprese di gestione ad aumentare gli stoccaggi, che raggiungono il 15% del totale dei rifiuti avviati a recupero, un valore troppo alto per non preoccupare.
Nel 2017 si sono ridotti gli smaltimenti di rifiuti speciali: meno discarica, meno incenerimento, meno altre forme di smaltimento come impianti biologici e chimico fisici. Un dato da analizzare con cura: da un lato sintomo di un orientamento del mercato sempre più “circolare”, dall'altro effetto di una riduzione costante del numero di impianti e dell'aumento dei prezzi di smaltimento.

L'export è rimasto costante a 3,1 milioni di tonnellate, ma dentro i dati di esportazione si nascondono alcune criticità tutte italiane. Infatti esportiamo 1 milione di tonnellate di rifiuti pericolosi, prevalentemente in discariche nell'Europa del nord, perché noi non abbiamo questo tipo di impianti. Esportiamo rifiuti combustibili (anche di origine urbana) verso i termovalorizzatori del nord Europa, perché non abbiamo abbastanza impianti qui in Italia. Ma esportiamo anche prodotti per il riciclo (ceneri per i cementifici, gomma e plastica), per una ancora debole offerta di filiere in Italia. C'è molto da fare per ridurre l'export e trattenere in Italia attività che potrebbero generare ricchezza e posti di lavoro.

Insomma dall'analisi di questi dati che ISPRA ci mette a disposizione è evidente come l'Italia sia già “circolare” , e potrebbe guardare con ottimismo ai nuovi traguardi ed obiettivi di riciclo per i prossimi anni: ma servono decreti end of waste, norme sui sottoprodotti, semplificazione ed impianti di riciclo e smaltimento finale, e non norme paradossali come quella contenuta nella recente legge “Sblocca cantieri”, voluta dal Governo, dove sono state congelate le attività di riciclo, regolate oltre 20 anni fa, bloccando di fatto il mercato con un grave danno al sistema dell'economia circolare e alla gestione ambientalmente corretta di molti rifiuti. Questa norma infatti impedisce di fatto il trattamento di riciclo di rifiuti per generare solo altri rifiuti da smaltire. Tantissime le tipologie di rifiuti coinvolte: da speciali come i rifiuti inerti derivanti da opere di costruzione ai raee – i rifiuti elettronici – passando per pneumatici e fino ad arrivare agli imballaggi. Il rischio, se non si interviene con un provvedimento ad hoc, intanto il Parlamento ha chiuso per ferie e riprenderà a settembre i suoi lavori, diventa quello di tornare indietro negli anni e di farci superare dagli altri Paesi e per giunta di non essere più competitivi per le imprese che investono da noi.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...