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L'economia circolare dei rifiuti come scommessa per lo sviluppo del Mezzogiorno

Proprio perché si parte da un punto arretrato, la crescita della green economy potrebbe essere un'occasione di sviluppo per il Sud

di Alfredo De Girolamo

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(Angelov - stock.adobe.com)

Proprio perché si parte da un punto arretrato, la crescita della green economy potrebbe essere un'occasione di sviluppo per il Sud


5' di lettura

Un interessante quaderno dell'Istituto di ricerca REF, appena pubblicato, lancia uno stimolo al dibattito pubblico, scarso e per adesso poco argomentato, sul futuro del nostro Mezzogiorno d'Italia.

La domanda è chiara e semplice: la ripresa economica delle regioni del Sud – provate dal Covid ma anche da decenni di stagnazione – può passare per il Green New Deal e la svolta ambientale? Ed in questo quadro la gestione dei rifiuti e l'economia circolare possono rappresentare un driver strategico?

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Il rilancio del Mezzogiorno è un tema ciclicamente al centro del dibattito politico, ed ora ha trovato nuovo slancio con l'annuncio di un ambizioso Piano di sviluppo al 2030 promosso dal Governo. Cuore della proposta è la transizione ecologica come elemento cardine sul quale fare leva per far ripartire l'economia.

Il Governo prova a lanciare un progetto ambizioso in fatto di spesa pubblica tradizionale (mitigazione del rischio sismico e idrogeologico) e di stimoli a settori industriali tradizionalmente più in ritardo: la gestione dei rifiuti, il servizio idrico integrato, le filiere dell'economia circolare, l'energia.

Obiettivo: un'economia sempre più sostenibile che possa generare positivi impatti sullo sviluppo e sull'occupazione.

Tutti i dati indicano un complessivo ritardo delle regioni meridionali nell'implementazione delle riforme di sistema nel campo dei servizi ambientali ed energetici: ambiti territoriali non costituiti, gestioni frammentate, tariffe “politiche” (a volte artificialmente basse, a volte alte a causa di inefficienze strutturali), tassi di riciclo metà di quelli del Nord dell'Italia, troppa discarica, depurazione ancora incompleta, illegalità.

La fotografia dei macronumeri indica da anni che esiste in Italia un “problema Mezzogiorno”. Se le aree del Nord e parte del Centro si attestano su performance “europee”, la maggior parte del territorio meridionale è paragonabile ai Paesi del Sud-Est dell'Europa.

Ma il ritardo potrebbe trasformarsi in opportunità. L'economia circolare dei rifiuti nel Mezzogiorno potrebbe mettere a valore, ogni anno, oltre 43 milioni di tonnellate di rifiuti: 33,4 di origine non domestica e quasi 10 di origine domestica. Solo per questi ultimi si stima una produzione pro capite che sfiora i 450 kg, circa 50 kg sotto la media nazionale. Oggi al Sud vengono mandati in discarica circa 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani.

Nel Mezzogiorno mancano impianti. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di Campania, Sicilia, Abruzzo e Basilicata ammonta a quasi 2 milioni di tonnellate/anno: circa il 40% del deficit totale.

Nelle regioni settentrionali la raccolta differenziata nel 2018 si è attestata al 67,7%, in quelle meridionali si è fermata a poco più del 46%. Accanto agli urbani, nel Mezzogiorno sono stati prodotti, sempre nel 2018, oltre 33 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, il 23,3% del totale nazionale.

Non mancano comunque casi e territori virtuosi, evidenza che rende ancora meno spiegabile il differenziale esistente. Perché le regioni del Mezzogiorno sono indietro?

Perché non hanno fatto quello che altre regioni italiane sono riuscite a fare. REF prova a spiegare in parte questo punto, essenziale per definire poi rimedi e ricette per il futuro. Il ritardo è industriale, di cultura di impresa e di management. Riguarda sia l'impresa pubblica che quella privata. C'è un collo di bottiglia su cui lavorare: le leggi ci sono, il capitale umano c'è, ci sono anche i finanziamenti pubblici, manca il tessuto industriale.

Ma il ritardo è un ritardo di capacità di governo. Piani regionali mai realizzati, ambiti mai costituiti, Comuni più interessati ad usare il ciclo dei rifiuti some strumento di welfare che ha modernizzare i servizi.

REF prova anche a lanciare una sfida. Proprio perché si parte da un punto arretrato, la crescita della green economy nel Mezzogiorno potrebbe essere un'occasione di sviluppo. La gestione dei rifiuti è un'attività di estrema rilevanza non solo per gli impatti visibili sul territorio, ma anche per le ricadute economiche più o meno positive che può generare a seconda di come viene governata.

Un ciclo dei rifiuti, domestici e industriali, finalmente funzionante ed efficiente diverrà un elemento sempre più indispensabile al mantenimento di alti livelli di competitività dell'industria italiana, e ciò vale anche nel Mezzogiorno.

Serve prima di tutto fare investimenti. Programmare, progettare, investire, costruire. Il recepimento del pacchetto Economia Circolare ci impone di portare sotto il 10% lo smaltimento in discarica di rifiuti urbani entro il 2035. Nelle regioni del Sud questa percentuale è ben al di sopra del target indicato.

Superare questo limite e colmare il deficit impiantistico significa trattenere ricchezza, lavoro e impresa nei territori meridionali, invece di “esportarli” al Nord. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di queste zone è quantificata in quasi 2 milioni di tonnellate/anno, il che significa circa il 40% del deficit complessivo di tutte le regioni italiane. Nella sola Campania – storicamente deficitaria nella gestione dei rifiuti – si registra una carenza impiantistica di oltre 1,2 milioni di tonnellate (dati anno 2018).

Le carenze impiantistiche possono essere misurate anche sulle frazioni destinate al recupero di materia (o di energia) come, ad esempio, i rifiuti organici. Un indicatore della bassa efficienza del sistema è quello che rileva la quantità di rifiuti “esportata” in altre regioni italiane

Nel 2018, in Italia sono state movimentate 1,67 milioni di tonnellate di rifiuto organico proveniente dalla raccolta differenziata. Di questi, il 36% proviene dalle regioni del Mezzogiorno, con la Campania, che detiene il primato dell'export extraregionale: 475 mila tonnellate, pari al 29% del totale nazionale.

Altro indicatore che deve far riflettere sull'efficacia della gestione dei rifiuti nel nostro Paese è rappresentato dalle importanti quantità di rifiuti urbani biodegradabili (i RUB), che per mancanza di impianti vengono impropriamente smaltiti in discarica. Dai dati Ispra 2018, si scopre che ciò è accaduto per circa 3,9 milioni di tonnellate di RUB, di cui il 50% è stato portato nelle discariche del Mezzogiorno.

Il ciclo della frazione organica e dei fanghi potrebbe alimentare una bioeconomy particolarmente adatta al modello di sviluppo del Sud, fatta di agricoltura e filiere agroalimentari di qualità.

C'è da recuperare anche il flusso di rifiuti che oggi viene trasferito all'estero: circa 465 mila tonnellate di rifiuti urbani, di cui 170 mila provenienti dalle regioni del Mezzogiorno.Per quanto riguarda i rifiuti speciali, nel 2018, sono stati esportate dalle regioni del Sud circa 433 mila tonnellate di rifiuti, a fronte di 102 mila tonnellate importate dall'estero.

Guardando a rifiuti urbani e speciali nel complesso, la bilancia commerciale del Sud Italia si chiude in passivo di circa 460 mila tonnellate di rifiuti, con un'esportazione complessiva di 603 mila tonnellate destinate oltre confine e quindi esentate dal principio di prossimità che dovrebbe guidare i Paesi membri nella gestione dei rifiuti prodotti. Di queste, 341 mila tonnellate sono rifiuti speciali non pericolosi, 92 mila rifiuti speciali pericolosi e 170 mila rifiuti urbani.

Nessun nuovo Piano di rilancio del Mezzogiorno, soprattutto nel campo dell'economia circolare, può fare a meno di un rinnovamento del quadro istituzionale in senso lato. Per dire che non è solo un tema di investimenti, risorse economiche e/o di buone leggi, ma soprattutto di qualità del contesto socio-istituzionale, che va potenziato e nutrito anche dalle politiche pubbliche.

@degirolamoa

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