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L’economia come dono e scambio

di Angelo Scola


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(REUTERS)

3' di lettura

Il mercato: un fatto di «dinamica cultura»

I brevi accenni a un ripensamento della concezione antropologica implicata nello scambio economico ci spingono adesso a riformulare anche l’idea di mercato. Per trovare un’uscita realistica e sostenibile dalla crisi, occorre superare un’idea di mercato come rigido fatto di natura invece che, come è realmente, un fatto di dinamica cultura.

Concepito come un rigido fatto di natura il mercato diventa luogo di relazioni anonime e impersonali, perciò ultimamente indifferenti, finendo così per sposare «le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo».

Invece, una concezione dell’economia come dono e scambio responsabile di soggetti in relazione richiede una ben diversa concezione del rapporto tra etica e finanza, dove il punto di partenza è effettivamente costituito dai soggetti in azione all’interno del mercato e dalla fitta rete di relazioni mediante le quali ognuno potenzialmente incide sulla situazione di tutti gli altri.

Il mercato, infatti, presenta un’interdipendenza fortemente strutturata. Nascondersi dietro l’anonimato, impedendo uno sguardo realistico alla rete delle relazioni finanziarie, priva del coraggio di parlare apertamente del potere – diverso a seconda dei soggetti coinvolti – attraverso il quale alcuni esercitano un’enorme influenza sul sistema delle relazioni economiche e finanziarie con decisioni e operazioni ben precise. Le radici di questo potere si trovano nella capacità di controllo sia su risorse materiali (grandi patrimoni), sia su risorse immateriali (flussi di informazioni e di comunicazioni). Senza sottostimare il peso della dimensione materiale, oggi riveste particolare importanza il potere esercitato a partire dal controllo delle risorse immateriali. Questo potere apparentemente “soft” ha invece una grande incidenza sulla dimensione materiale del sistema delle interdipendenze: gli andamenti dell'economia e della finanza riflettono infatti le aspettative, le motivazioni e le convinzioni che si formano nella trama quotidiana delle relazioni. [...]

Il «dovere» di un rischio ragionevole

Che cosa domanda allora una prospettiva etica realistica a degli operatori finanziari? Il coraggio di essere soggetti capaci di assumersi il rischio di un’azione costruttiva, sia pure in condizioni di incertezza. A garanzia della ragionevolezza di questo rischio, bisogna prendere molto sul serio non solo le cause di incertezza “sistemica”, ma anche quelle dell’incertezza relativa alla qualità delle relazioni. Vale a dire: mi posso fidare? Perché, e quanto, mi posso fidare dei miei potenziali partner?

Affrontare il rischio di una azione costruttiva, dunque, è la prima grande sfida etica di fronte a cui si trovano i soggetti, piccoli e grandi, che intendono assumersi la responsabilità che deriva dal loro, piccolo o grande, potere. Dove nessuno ha il coraggio di intraprendere azioni rischiose, l’incertezza oggettiva finisce per bloccare tutti in uno status quo che diventa ogni giorno più problematico e rischioso.

Tuttavia bisogna sottolineare che l’azione rischiosa non è un valore in sé. Occorre che tale azione sia volta a perseguire un obiettivo “buono” e che sia fondata su una speranza ragionevole, fattori che permettono di non rimanere paralizzati dalla paura. Sperare non è questione di ottimismo, è questione di virtù. Per sperare occorre avere delle buone ragioni; e le buone ragioni si rendono evidenti solo nell’azione. Occorre l’azione di persone sinceramente aperte alla realtà, tutta intera: alle risorse materiali e immateriali che possono essere attivate; alle persone, che sono sempre un fine e non un mezzo; alle istituzioni.

La virtù è necessaria perché è sempre in agguato la tentazione di appropriarsi della realtà (materiale e immateriale, fatta di persone e di istituzioni) solo per sfruttarla indefinitamente fino a esaurirla. Solo quando la realtà viene riconosciuta per quello che è, cioè anzitutto come un “dato” che riceviamo e che sempre rimanda ad altro, a un “possibile” non predefinito, si diventa capaci di cogliere i segnali buoni, anche quando sono deboli. Per esempio un investitore può ragionevolmente rischiare del suo perché si è reso conto delle potenzialità di un progetto, anche piccolo, immaginato da un giovane. In questo caso il segnale è davvero molto debole, ma per coglierlo occorre avere l’abitudine di alzare lo sguardo dai propri interessi immediati, dall’orizzonte piatto e narcisistico del breve periodo.

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