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L’economia della felicità e il paradosso di Easterlin

“Se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la povertà”. Con questa battuta fulminante, Woody Allen, descrive, a sua insaputa, uno dei paradossi più famosi tra quelli scoperti dagli economisti negli ultimi decenni

di Vittorio Pelligra


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(Adobe Stock)

6' di lettura

“Se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la povertà”. Con questa battuta fulminante, Woody Allen, descrive, a sua insaputa, uno dei paradossi più famosi tra quelli scoperti dagli economisti negli ultimi decenni. Quando confrontiamo il Pil pro-capite di vari paesi, notiamo che, in quelli con un valore più elevato, la percentuale di cittadini che si definisce “abbastanza” o “molto felice” è più elevata. Piccoli incrementi nel reddito portano a grandi incrementi nella quota di coloro che si definiscono “felici”. E fin qui, naturalmente, niente di strano.

La cosa, però, si fa più interessante nel momento in cui si inizia a notare che quando il reddito cresce oltre una certa soglia – si calcola pari a 15 mila dollari annui – la correlazione positiva tra Pil e felicità, tende a svanire. Ancora, ulteriori aumenti di reddito, oltre i 30 mila dollari, determinano, poi addirittura una riduzione della felicità. (Proto, E., Rustichini A., 2013. A Reassessment of the Relationship between GDP and Life Satisfaction, PLoS ONE, 8). Questa regolarità empirica venne evidenziata, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, dall’economista Richard Easterlin e per questo, negli anni successivi, diventerà famosa con il nome di “paradosso di Easterlin”.

Uno dei meriti maggiori di Easterlin è stato quello di aver stimolato, con le sue ricerche, la nascita di un vero e proprio nuovo ambito di indagine che si occupa di studiare, intanto, quelle che sono le determinanti del benessere integrale delle persone, le loro aspirazioni, le opportunità, le libertà, i fattori genetici, la qualità delle loro relazioni, che, oltre al reddito, influenzano il senso di soddisfazione che ognuno di noi, soggettivamente, sperimenta rispetto alla sua vita; inoltre, l’economia della felicità, ha anche avuto il merito di elaborare nuovi e migliori strumenti di misurazione, nuove metriche e nuove forme di valutazione del benessere.

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In Italia, per esempio, già da qualche anno, l’Istat affianca alla rilevazione del valore del Pil, quella del Bes, il cosiddetto “benessere equo e sostenibile”, una misura complessa che integra la tradizionale valutazione della crescita economica basata sulla ricchezza economica, con indicazioni che derivano da altri domìni della vita dei cittadini italiani: i diritti, l’ambiente, la salute eccetera. Queste misure, già oggi in maniera sperimentale, ma sempre più nel futuro, ci auguriamo, verranno utilizzate per valutare gli effetti della politica economica sulla qualità della vita dei cittadini. Se si vendono più armi, filo spinato, spray al peperoncino, sistemi d’allarme, assieme a servizi di sicurezza privati, sicuramente il Pil crescerà, ma davvero potremo dire che quella crescita rappresenta e misura un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini? Se una fabbrica di bombe viene riconvertita a produzioni civili, salvaguardando i posti di lavoro, questo avrà come conseguenza un aumento, una riduzione o sarà indifferente in termini di benessere complessivo? E gli interventi nella scuola, in sanità, nel welfare, quelli a tutela dell’ambiente, sono da considerarsi costi o investimenti? Se cambiamo lo strumento di misura, probabilmente cambieranno anche le nostre risposte a simili domande.

E allora come si dovrebbero orientare i policymakers? Potrebbe essere utile andare a scoprire quali sono le aree di intervento nelle quali, a parità di risorse, il “ritorno” in termini di incremento del benessere è maggiore.

Oggi conosciamo abbastanza bene i meccanismi che determinano questi risultati. Nuovi strumenti di politica economica esistono già, corroborati da studi ed evidenze empiriche. Una recente indagine svolta su un campione rappresentativo di diciannove stati europei (“Looking through the wellbeing kaleidoscope: Results from the European Social Survey”), ha utilizzato un nuovo indicatore complesso di benessere, definito tenendo conto di diversi fattori individuali tra cui le competenze, la stabilità emotiva, il coinvolgimento, il senso, l’ottimismo, le relazioni, l’autostima e la resilienza, misurati per ogni cittadino del campione di tutte le diciannove nazioni europee considerate.

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Il primo risultato degno di nota è che, in aggregato, negli ultimi anni, il benessere medio dei soggetti considerati è aumentato sensibilmente in tutte le nazioni, con l’unica eccezione del 2008, l’anno più traumatico della crisi economica. La cosa più interessante è che il benessere è aumentato maggiormente là dove era originariamente più basso. Sono, cioè, i gruppi più marginalizzati e vulnerabili che possono contribuire, a parità di risorse impiegate, con un impatto maggiore, alla crescita complessiva del benessere. Da qui arriva la prima indicazione operativa: i policymakers dovrebbero dare priorità a misure di supporto indirizzate proprio ai gruppi più marginalizzati, come le minoranze etniche e coloro che hanno livelli di istruzione e di reddito più bassi, attraverso processi inclusivi di co-progettazione. Un secondo risultato mette in luce l'effetto della disoccupazione, anche al di là della perdita del reddito associato. Ogni politica che influenza lo stato occupazionale delle persone dovrebbe, indipendentemente dal sostegno integrativo al reddito, quindi, essere valutata anche per il suo effetto sul benessere integrale. Al di là di queste indicazioni di carattere generale, la ricerca poi evidenzia cinque gruppi di attività ad alto impatto nella promozione del benessere. Cinque aree a cui possono essere associate specifiche politiche pubbliche. La prima area è quella delle relazioni sociali, che considera la quantità e la qualità delle nostre reti di relazioni; la tecnologia che produce i cosiddetti “beni relazionali”. La seconda aerea si riferisce alla qualità dell’ambiente naturale attorno a noi e alle possibilità che il nostro stile di vita, la morfologia delle nostre città o le caratteristiche climatiche, ci danno (o ci tolgono) di interagire con esso. La terza area riguarda tutte quelle attività che hanno a che fare con il processo, formale o informale, di apprendimento continuo. L'accelerazione del cambiamento ha esasperato la velocità di obsolescenza delle nostre conoscenze e l’impossibilità di stare al passo condanna, spesso, strati sempre più numerosi della popolazione alla marginalità. L’apprendimento continuo, oltre a valorizzare le capacità e ad attivare importanti risorse individuali, ostacola questo processo di marginalizzazione e depauperamento. La quarta area di intervento è quella che riguarda l’attività fisica e il suo impatto sulla salute, sull’invecchiamento attivo e di qualità. Su questo versante, troppo spesso, l’intervento pubblico appare carente quando non del tutto assente.

L’ultima area di attività che viene considerata ha a che fare con il “dare”. Con tutte quelle attività, cioè, attraverso le quali ci prendiamo cura, direttamente o indirettamente, regolarmente o anche solo saltuariamente, degli altri. Ricadono in questa categoria tutte le attività di volontariato, cura, cittadinanza attiva, impegno sociale che contribuiscono a produrre esternalità positive e a preservare tutti quei beni comuni che hanno un impatto fortissimo, e sempre più lo avranno, sulla qualità della vita di tutti noi. Questo “I care”, il “mi importa” come lo chiamava don Lorenzo Milani, rappresenta anche economicamente un'attività “super-efficiente”: rende felice, come ci mostrano i dati, sia chi dà come chi riceve. Soddisfa, cioè, il bisogno di ottenere beni materiali e cura, ma più spesso, attenzione e dignità e, allo stesso tempo, la necessità di essere utili agli altri, di prendersi cura, di trovare senso.

Politiche moderne e lungimiranti non possono non guardare con la massima attenzione a queste vie dello sviluppo integrale, dove la dimensione materiale, quella relazionale e quella ambientale interagiscono tra loro per creare le condizioni di una vita soddisfacente e ricca di significato. Certo non è un processo che può dipendere solo dalla mano pubblica. Anzi gli interventi dall’alto dovrebbero essere improntati alla leggerezza della sussidiarietà; ma certamente la mano pubblica può contribuire alla creazione delle precondizioni affinché queste vie dello sviluppo integrale possano essere percorse individualmente, collettivamente e solidariamente, dal maggior numero possibile di persone. Un progetto degno e impegnativo per l’Europa dei prossimi decenni, magari meno ossessionata dai temi del bilancio e delle politiche monetarie e più focalizzata su quelli del benessere integrale dei propri cittadini. Certamente un progetto di rilancio e di riscoperta del proprio ruolo di “patto tra nazioni” e non solo di alleanza strategica tra stati, potrebbe contrastare efficacemente le spinte disgregatrici e le mire di controllo esterne e dare allo spirito europeo, allo stesso tempo, nuova linfa e legittimazione popolare.

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