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L’economia ha bisogno dei lavoratori immigrati

di Sergio Fabbrini


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(Agf)

4' di lettura

È insensato che il Paese si divida su come gestire 49 migranti. Si cerca di polarizzare l’opinione pubblica che polarizzata non è. Secondo una ricerca di More in Common del luglio scorso, relativa alle attitudini (opinioni non contingenti) degli italiani nei confronti dell’immigrazione, emerge che un quarto degli italiani è contrario per principio agli immigrati, un quarto è favorevole per principio ad ospitarli, mentre il restante 50 per cento è incerto su come conciliare sicurezza con solidarietà. È possibile fornire una risposta a tale incertezza? Sì, a tre condizioni.

Prima condizione: occorre riconoscere che non esiste un’emergenza migratoria. Secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu, nel 2018, in Europa gli immigrati arrivati via mare sono stati 115.000, mentre erano stati 175.000 nel 2017. In Italia, nel 2017 sono arrivate 120.000 persone, divenute poco più di 23.000 nel 2018. Secondo gli stessi dati, in Italia c’è una continuità (nel calo) tra i primi 5 mesi del 2018 (Marco Minniti come ministro degli Interni) e i successivi 7 mesi (Matteo Salvini come ministro degli Interni), anche se il calo è stato più accentuato con Minniti che con Salvini. Il problema italiano non sono gli sbarchi, ma la presenza di circa 500.000 immigrati non regolarizzati. Di essi si è persa traccia nella narrativa dell’attuale ministro degli Interni. Aveva promesso di «inviarli tutti a casa», ma i rimpatri sono scarsi (oltre che costosi). In media, 20 rimpatri al giorno. Di questo passo, occorreranno più di 80 anni, al ministro Salvini, per realizzare la sua promessa elettorale. Se non si vuole aspettare la fine del secolo per risolvere il problema, perché non si promuove una politica di integrazione per coloro che possono essere regolarizzati?

Seconda condizione: occorre riconoscere che la politica migratoria include fenomeni diversi. Una cosa è l’immigrazione economica, altra cosa è l’arrivo di rifugiati che cercano asilo per ragioni umanitarie. Quest’ultima è regolata da norme internazionali, oltre che da specifiche leggi europee (che costituiscono il Common European Asylum System, di cui è parte il Regolamento di Dublino). Nella politica dell’asilo, l’Unione europea (Ue) ha fatto passi in avanti, ma non abbastanza. Non per colpa sua però. Per affrontare l’arrivo di rifugiati in Italia e in Grecia (Paesi esposti alle crisi del medio-oriente), la Commissione ha proposto di rivedere (nel 2015) il Regolamento di Dublino, prevedendo la distribuzione dei rifugiati i tutti i Paesi dell’Ue (in base a criteri obiettivi). Nel 2016, tale distribuzione è stata però rifiutata dai Paesi di Visegrad, anche se confermata dalla Corte europea di giustizia nel 2017. Nel Consiglio europeo del giugno scorso, per venire incontro ai leader di Visegrad, i capi di governo decisero di “rendere volontaria”, da parte di un Paese, l’accettazione dei rifugiati da ricollocare al proprio interno. Il nostro premier è rientrato dalla riunione celebrando la vittoria dell’Italia, «che finalmente viene presa sul serio». Mah. È sempre sui rifugiati che interviene il decreto legge, n. 113 del 4 ottobre 2018, voluto dal ministro Salvini. Tra le altre cose, esso consente di privare della libertà personale i richiedenti asilo (considerati a rischio di fuga) collocandoli (in attesa della risposta alla loro domanda) in Centri di permanenza per il rimpatrio o in punti di crisi (che dispongono di appena 2.300 posti). È facile immaginare che molti richiedenti asilo non attenderanno la risposta alla loro domanda, entreranno nel circuito degli immigrati non regolarizzati (che, secondo l’Ispi, salirebbero da 500.000 a più di 600.000). Nonostante sia necessario un maggiore controllo dei richiedenti asilo (in media, solamente il 40 per cento delle domande sono giustificate), la soluzione va trovata nel rafforzamento delle strutture amministrative e di polizia che processano le domande, oltre che nella richiesta che l’European Asylum Support Office si trasformi in un’agenzia federale in grado di agire autonomamente per affrontare le emergenze nazionali. Ma allora, perché, a Bruxelles, il governo italiano si allea con i Paesi di Visegrad che sono gli avversari irriducibili di una politica comune d’asilo?

Terza condizione: occorre riconoscere che l’immigrazione economica è un’opportunità. L’immigrazione economica è dovuta non solamente alle esigenze dei Paesi poveri ma anche a quelle dei Paesi ricchi. In Europa, dal 2000, vi è un flusso netto annuale di immigrati economici (provenienti dall’esterno dell’Ue) tra 1.100.000 e 1.300.00 persone. Sul piano demografico, tale flusso ha riequilibrato il calo o la stabilità delle nascite che si sono registrati in quasi tutti i Paesi europei. Senza immigrati, le economie europee avrebbero difficoltà a funzionare, ancora di più le avrebbero i sistemi pensionistici europei. La chiusura all’immigrazione economica crea grandi difficoltà ai sistemi produttivi, come sta avvenendo in Ungheria. Tant’è che il Canada, il Giappone e la stessa Germania hanno avviato politiche di apertura agli immigrati economici.

Anche l’economia italiana abbisogna di lavoratori immigrati, non solo per attività di bassa-media qualificazione. Tale immigrazione può essere regolata attraverso procedure di selezione nei Paesi di origine e corridoi legali per l’arrivo degli immigrati nei Paesi europei. È questo lo scopo del Global Compact for Safe, Human and Orderly Migrations, approvato alla conferenza dell’Onu tenutasi il 10-11 dicembre scorsi a Marrakech. Eppure il governo italiano non l’ha votato. Perché?

    Insomma, è vero che l’immigrazione costituisce una minaccia alle sicurezze e alle identità dei cittadini dei Paesi di arrivo, ed è altrettanto vero che una società civile ha il dovere di solidarietà verso persone che lasciano i propri Paesi per salvarsi la vita. Tra queste due verità, però, c’è il governo del problema. Che non si può realizzare senza l’Europa, cioè attraverso una politica comune dell’asilo, un’agenzia federale per il controllo delle frontiere, un programma europeo per la gestione e la legalizzazione dell’immigrazione economica. Alzare la voce contro l’Europa per 49 migranti non è una politica per governare l'immigrazione.

    Riproduzione riservata ©
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      Sergio Fabbrinieditorialista

      Luogo: Luiss Guido Carli

      Lingue parlate: francese, spagnolo

      Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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