I nodi della giustizia

L’economia insegna come ridurre il rischio morale

di Paolo Gualtieri

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3' di lettura

Il sistema giudiziario ha assunto negli ultimi 30 anni in tutti i Paesi occidentali un ruolo crescente per lo sviluppo economico e sociale e anche un notevole rilievo politico, al punto che le sue azioni e decisioni incidono sempre più sulla vita dei cittadini e sugli assetti della società. In tale contesto, il diritto, anche per effetto di un intenso rapporto d’interazione con l’esperienza sociale, è sempre più proteso a un risultato di giustizia. Questa evoluzione richiede una maggiore attenzione all’etica giudiziaria, cioè all’eticità dei comportamenti dei giudici, fattore fondamentale per mantenere alta la fiducia dei cittadini nei magistrati e intatta la credibilità e la legittimazione della funzione giudiziaria.

La disciplina giudiziaria non dovrebbe prescindere dai valori morali, condivisi nella nostra società, dai quali dovrebbero discendere le prescrizioni cui i giudici dovrebbero attenersi nell’esercizio delle loro funzioni. A essi è affidato dai cittadini un compito alto, esercitare la Giustizia, da svolgere nell’interesse della collettività e con la disposizione a sacrificare l’interesse e le soddisfazioni personali in favore del bene comune.

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La domanda di cambiamento è ormai forte e a essa dovrebbe rispondere al più presto il Parlamento, perché i referendum di recente ammessi dalla Corte Costituzionale, pur avendo il merito di sospingere verso modifiche degli assetti attuali, essendo per legge costituzionale solo abrogativi, rischiano di produrre una riforma sghemba. Tuttavia, non è agevole individuare un giusto punto di equilibrio tra opposte istanze, anche perché, pure a causa degli abusi del passato, si assiste a un conflitto tra poteri che rischia, a seconda di chi prevarrà, di minare i gangli del sistema democratico oppure di non modificare nulla.

Per disegnare una riforma efficace qualche suggerimento può venire dall’economia dell’informazione e in particolare dallo studio delle relazioni tra coloro (cosiddetti principali) che affidano la cura di propri interessi ad altri, cosiddetti agenti, che dovrebbero operare nell’interesse dei principali. Gli studi economici segnalano che in queste situazioni vi è un rischio morale perché è fisiologico in ogni gruppo sociale che alcuni agenti perseguano interessi propri, anche in danno dei principali. La teoria economica indica il ricorso a una combinazione, calibrata a seconda dei casi, di controlli e incentivi quale metodo per ridurre il rischio morale.

La categoria dei magistrati non è diversa da altri gruppi sociali; sebbene nel complesso sia all’altezza del compito affidatole, enormemente rilevante per la qualità della vita delle persone e delle comunità, è inevitabile che vi sia un rischio morale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e che una porzione di quel gruppo sociale si disinteressi del bene dei cittadini, che hanno affidato alla magistratura la cura dei propri interessi di giustizia, e persegua fini propri. Per ridurre questo rischio morale, nel caso dei giudici, non si può ricorrere alla leva del controllo, se non in casi estremi e limitati, perché altrimenti se ne potrebbe minare l’indipendenza e così far venir meno un importante presidio democratico. Non resta quindi che azionare l’altra leva quella degli incentivi per indirizzare il comportamento dei giudici verso l’interesse della collettività. Il sistema degli incentivi, in ogni organizzazione, è essenzialmente fondato sui percorsi di carriera e sui benefici economici.

Bisognerebbe perciò istituire una struttura organizzativa e un sistema di procedure che servano a valutare, davvero, periodicamente, la qualità dei comportamenti professionali ed etici dei magistrati e collegare strettamente i percorsi di carriera e gli stipendi ai risultati delle valutazioni. Le regole per l’espressione dei giudizi dovrebbero essere prestabilite, trasparenti e fondate su criteri quasi esclusivamente oggettivi.

I giudizi dovrebbero riguardare non solo la qualità professionale del lavoro e il grado di efficienza con cui è stato svolto ma anche l’eticità dei comportamenti, che non dovrebbero mai violare le regole di rispetto degli altri, di trasparenza e di onestà.
Vista l’inanità delle valutazioni attuali dei magistrati, pressoché sempre solo positive, occorre che le commissioni incaricate a svolgerle siano composte da membri indipendenti e privi di conflitti d’interesse, provenienti non solo dalla magistratura, ma anche dall’accademia, dai centri di ricerca e dalle professioni, che abbiano professionalità diversificate, e quindi non solo giuridiche e che le procedure di valutazione siano trasparenti e osservabili da chiunque ne abbia interesse. Senza un sistema di incentivi vero ed efficace i mali della giustizia italiana non verranno guariti.

Università Cattolica di Milano

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