il premier a davos

L’economia non si salva con lo statalismo

di Sergio Fabbrini


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Davos. Giuseppe Conte (Reuters)

4' di lettura

L’intervento che il premier Giuseppe Conte ha tenuto mercoledì scorso a Davos è un'utile sintesi dell'ideologia economica del governo italiano. Un'ideologia consapevolmente populista.

Ha detto Conte: «C’è una parola chiave attorno alla quale abbiamo costruito la nostra visione politica e la nostra attività quotidiana: questa parola è POPOLO» (maiuscolo nel testo). Quali sono gli aspetti principali di tale ideologia? Tre mi sembrano rilevanti.

Primo. Per il populismo, la crisi italiana è esclusivamente esogena. «Per anni – ha detto il premier – gli italiani hanno fatto propri i principi economici fondamentali predicati dal cosiddetto ordine liberal-democratico», come l’integrazione nel mercato globale, la libera circolazione delle persone e capitali o la disciplina di bilancio. Non solo, gli italiani «hanno creduto che l’euro sarebbe stato in grado di risolvere tutti i loro problemi cronici», come l’alta inflazione, la moneta debole, il debito pubblico. «Ma la realtà – ha precisato - si è rivelata molto diversa». A causa dell'euro, gli italiani hanno dovuto stringere la cinghia, eppure il debito pubblico ha continuato a crescere. E soprattutto il rispetto dei principi dell'ordine liberal-democratico ha portato benefici «ai pochi e non ai molti». Di qui, la reazione degli italiani che «hanno utilizzato il voto democratico per sconfiggere le vecchie élite e sostenere coloro i quali suggeriscono strade alternative».

Tuttavia, le cose non stanno così. Una buona parte dei nostri problemi è invece di origine endogena.

L’enorme debito pubblico italiano si è formato molto prima dell’adozione dell’euro, così come la bassa produttività del Paese è dovuta a fattori interni. Ad esempio, la produttività italiana 1995-2017 è stata (in media) dello 0,4 per cento annuo (cioè un quarto di quella della Francia e Germania, Paesi anch’essi dell'Eurozona). Non è responsabilità dell’Europa se abbiamo un’amministrazione pubblica, un sistema giudiziario o un sistema educativo che non sono competitivi sul piano europeo. Né è responsabilità dell’Europa se non riusciamo a controllare l’evasione fiscale, a far crescere economicamente il Sud o ad investire in infrastrutture materiali e immateriali. Il populismo del governo ripropone la vecchia narrazione che «è sempre colpa degli altri» se le cose non funzionano da noi. Esonerandoci, così, dal fare le necessarie riforme.

Secondo. Per il populismo, la soluzione per le difficoltà italiane va ricercata in un rinnovato statalismo. I governi precedenti, ha detto il premier, «hanno accettato una ritirata dello Stato dal suo ruolo di produttore diretto di beni e servizi…Temendo i fallimenti dello Stato, hanno chiesto al popolo di tollerare i fallimenti del mercato». Con il risultato che i cittadini «hanno dovuto sopportare … una società peggiore». Per questa ragione, ha aggiunto, «le due principali misure contenute nella nostra Legge di Bilancio, il Reddito di cittadinanza e la cosiddetta Quota 100, sono le nostre risposte immediate alle urgenze» lasciate irrisolte nel Paese. Dunque, occorre ritornare allo Stato distributore di reddito e produttore di beni e servizi. Allo Stato che nazionalizza imprese e banche in difficoltà, così da garantire i cittadini nazionali piuttosto che i mercati internazionali. Il populismo del governo, per il premier, nasce dalla contrapposizione «tra coloro che hanno e coloro che non hanno il potere di cambiare le sorti della propria nazione», per dare voce ai secondi e silenziare i primi. Anche in questo caso, però, le cose stanno diversamente. Il nazionalismo economico è in realtà un ostacolo alla crescita, perché protegge le debolezze strutturali del Paese dalle sfide competitive. Debolezze che penalizzano i ceti più deboli, quelli che non possono andarsene, non quelli più forti. Allo stesso tempo, lo Stato non è immune dalla cattura da parte di interessi e corporazioni particolaristiche. Anzi, l’esperienza empirica mostra come (in Italia e non solo) esso abbia spesso protetto (e non già combattuto) monopoli e rendite di posizione. È una vecchia ideologia assistenzialista ritenere che il nemico sia nel mercato e l’amico nello Stato. L’Italia ha bisogno di entrambi, ha bisogno di un mercato competitivo e di uno Stato efficiente. Invece di rendere funzionale l’uno all’altro, il populismo vede lo Stato in alternativa al mercato.

Terzo. Per il populismo, l’Europa (così com’è oggi) è un ostacolo allo sviluppo delle “nazioni” europee. Occorre ritornare, ha detto il premier, ad «un’Europa che protegge i suoi cittadini… (e che ha) un trattamento equo per ciascuno». Ha addirittura concluso il suo intervento combinando il lirismo di Martin Luther King del 1963 con quello di Abraham Lincoln del 1863: «questa è l’Europa che noi italiani sogniamo. Un’Europa del popolo, dal popolo, per il popolo». Dimenticandosi, nella foga, di specificare se, per quest’ultimo, intendeva un popolo europeo o una somma di popoli nazionali. Comunque sia, anche qui, le cose stanno diversamente. L’Ue non è un’entità astratta al servizio di un popolo astratto, ma un’unione concreta di stati e di cittadini, organizzata intorno ad istituzioni e regole che debbono garantire la diversità degli interessi dei primi (gli stati) e dei valori dei secondi (i cittadini). Un sistema regolativo che ha lo scopo di impedire ad ogni stato di fare ciò che vuole, perché tale unilateralismo (come nel caso della nostra legge di bilancio) avrebbe conseguenze sugli altri stati e cittadini. Ecco perché l’Ue si basa sul mutuo riconoscimento di chi ne fa parte. Ciò non significa che essa funzioni bene, né che non si possa riformarla. Anzi. Per farlo, però, occorre prima capire la logica che la sostiene. Ed è qui che il populismo del premier barcolla nel buio.

Insomma, il discorso di Giuseppe Conte a Davos ha reso espliciti i limiti ideologici del populismo del governo. Le difficoltà dell’Italia non sono dovute esclusivamente a cause esterne, né si può pensare di superarle ritornando all’introversione dello statalismo nazionalista, tanto meno si può ritenere che quest’ultimo avrebbe successo se non ci fosse più l’Europa delle regole. Quel populismo ci sta portando in un vicolo cieco. È questo che vogliamo?

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