ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùil colpo di mano in kashmir

India, l’economia rallenta? New Delhi fa leva sul nazionalismo

Ecco perché il decreto presidenziale con cui New Delhi ha attaccato l'autonomia dell'unico stato indiano a maggioranza musulmana – irritando i sempiterni rivali geopolitici della Repubblica islamica del Pakistan – somiglia a un'arma di distrazione di massa

di Marco Masciaga


Kashmir, tensione tra India e Pakistan

2' di lettura

Quando lo scorso maggio il Bharatiya Janata Party (Bjp) del primo ministro Narendra Modi è uscito letteralmente trionfatore dalle elezioni, l’India degli affari ha alzato al cielo i suoi tumbler di whisky e, sull’onda dell’euforia, nel giro di pochi giorni il Sensex ha sfondato il tetto dei 40mila punti. Agli occhi di imprenditori, manager e azionisti il mandato senza precedenti ricevuto dal più business friendly dei partiti indiani era il viatico ideale per spingere con minor timidezza (e possibilmente con maggiore perizia, pensiamo all’esperimento di demonetizzazione del 2016) sul fronte delle riforme economiche: dalle privatizzazioni al mercato del lavoro.

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Due mesi e mezzo dopo tutto è cambiato. Nel post-elezioni le fino ad allora formidabili statistiche ufficiali sull’economia indiana hanno cominciato ad allinearsi alle aspettative degli osservatori esterni, con la crescita del Pil in frenata al 5,8% nel primo trimestre del 2019 contro il 6,6% di fine 2018. Anche i dati sull’occupazione relativi all’anno fiscale 2017-18, quando sono stati tardivamente pubblicati dopo il voto, hanno mostrato un picco di disoccupati al 6,1%, il livello più alto da 45 anni. Una finanziaria senza acuti e la contrazione di un quarto delle vendite di auto sia a maggio che a giugno hanno fatto il resto. La Borsa si è appena lasciata alle spalle il peggior mese di luglio da 17 anni a questa parte, con il Sensex in zona 37mila punti.

È sullo sfondo di queste cifre deludenti che si comprende meglio la decisione del governo di New Delhi di galvanizzare i sentimenti nazionalisti che permeano la società indiana: il governo indiano ha annunciato la revoca unilaterale dello status speciale attribuito dalla Costituzione allo stato del Jammu & Kashmir, accrescendo esponenzialmente il controllo politico di New Delhi sulla zona di confine al centro di una annosa disputa con il Pakistan.

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Le politiche del Bjp, il principale partito della coalizione di governo, hanno sempre poggiato su due pilastri: il primo è la vicinanza al mondo degli affari (e ad alcuni tycoon in particolare come Gautam Adani, Anil e Mukesh Ambani, tutti originari del Gujarat come il premier Modi); il secondo è il richiamo identitario all’hindutva, un’ideologia caratterizzata da una visione della repubblica indiana basata sull’egemonia della maggioranza hindu, nonostante un quinto della popolazione professi una fede differente.

Il decreto presidenziale con cui New Delhi ha attaccato l’autonomia dell’unico stato indiano a maggioranza musulmana – irritando i sempiterni rivali geopolitici della Repubblica islamica del Pakistan – somiglia parecchio a un’arma di distrazione di massa. Vista la quantità di ordigni, non solo convenzionali, dislocati nella regione, c’è da sperare che i calcoli politici non siano troppo sballati e tutto questo non sia il preludio all’impiego di strumenti ben più distruttivi.

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