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L’economia Usa corre. Ma il merito di chi è?

di Angus Deaton, Barry Eichengreen, Rana Foroohar, Glenn Hubbard e Edmund S. Phelps


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(EPA)

14' di lettura

Dire che le elezioni di metà mandato negli Usa sono una sorta di referendum sul presidente e che il partito di quello in carica ottiene buoni risultati quando gli indicatori economici sono positivi è un’ovvietà. Nell’era di Donald Trump, invece, questa regola – come molte altre, d’altronde – viene messa in discussione. Malgrado una crescita del Pil statunitense pari al 4,2% nel secondo trimestre e una disoccupazione ai minimi storici, l’indice di gradimento del presidente deve ancora arrivare al 50%.

La difficoltà di Trump e dei repubblicani a sfruttare i dividendi politici di un’economia forte potrebbe dipendere in parte dallo stile poco convenzionale del presidente. Poiché, però, i mercati azionari statunitensi stanno dando segni di crescente nervosismo in vista delle elezioni del 6 novembre prossimo, un’altra spiegazione possibile è che le basi economiche non siano poi così solide come lui vorrebbe credere.

In effetti, nel 2016, l’economista premio Nobel Paul Krugman aveva previsto che l’elezione di Trump avrebbe innescato la prossima recessione globale. E Krugman non era il solo a pensarla così. Molti economisti, sia prima che dopo le elezioni del 2016, hanno espresso timori sul fatto che il protezionismo commerciale, le restrizioni all’immigrazione e il rifiuto del multilateralismo da parte di Trump avrebbero mandato in tilt l’economia. Finora queste paure non hanno trovato conferma. Eppure, lungi dal placare il dibattito sull’agenda ispirata allo slogan “America First” e sui suoi effetti economici, gli odierni indicatori positivi hanno sollevato ancora più interrogativi sulla direzione dell’economia.

In questa tavola rotonda, cinque illustri osservatori economici si confrontano su alcune di queste domande condividendo le rispettive teorie sulle implicazioni delle politiche economiche di Trump. Angus Deaton è un economista premio Nobel e professore emerito alla Princeton University. Barry Eichengreen è uno dei commentatori di Project Syndicate e docente di economia e scienze politiche all’università californiana di Berkeley. Rana Foroohar è columnist e associate editor per il Financial Times. Glenn Hubbard è il rettore della Columbia Business School. Infine, Edmund S. Phelps è un economista premio Nobel e il direttore del Center on Capitalism and Society della Columbia University.

Project Syndicate Com’era ovvio, c’è un distacco tra le prime previsioni su ciò che sarebbe accaduto all’economia sotto la presidenza di Trump e ciò che poi è successo nella realtà. In che misura l’attuale successo dell’economia, almeno a livello macroeconomico, può essere attribuito al presidente in carica? E quanto di esso è uno strascico dell’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama, o semplicemente il prodotto di una ripresa ciclica?

Rana Foroohar Trump o Obama? In realtà, aggiungerei una terza possibilità, ovvero che il merito sia dell’ex presidente della Federal Reserve americana Janet Yellen, e di quello attuale, Jay Powell. Davvero, la situazione presente ha molto a che fare con i banchieri centrali di tutto il mondo, e in particolare la Fed, che ha guidato gli ultimi dieci anni di quantitative easing mantenendo i tassi di interesse a livelli minimi. Ecco perché, secondo me, la maggior parte degli economisti più importanti concorda sul fatto che non siamo finiti in una Grande Depressione.

Edmund S. Phelps La mia visione è leggermente diversa. Io credo che la ripresa si sia conclusa. Ci siamo ripresi, completamente ripresi. Certo, sono avvenuti dei cambiamenti strutturali che non ci piace vedere, ma non è un qualcosa che riguardi Obama. Non credo che le politiche di Obama abbiano dischiuso delle possibilità per Trump e nemmeno che gliele abbiano negate. Trump è lui e basta.

Barry Eichengreen Trump può prendersi il merito di aver avuto un qualche effetto positivo sulla fiducia delle imprese, anche se ritengo che l’analisi effettuata di recente dalla Casa Bianca in merito sia stata gonfiata.

Glenn Hubbard Quasi subito dopo le elezioni del 2016, il mercato azionario ha registrato una crescita. Si pensava che sarebbe sceso, invece ha avuto un rialzo significativo. E la cosa più importante è che le prospettive dei leader economici sono mutate al punto che gli imprenditori con cui ho parlato hanno detto di sentirsi le ali ai piedi come mai in passato. Ovviamente, tutto questo richiede che la politica e la performance attuali proseguano invariate. In ogni caso, la crescita è stata soddisfacente.

Eichengreen A mio avviso, ciò a cui abbiamo assistito è una ripresa ciclica. Ci vuole tempo perché la politica economica manifesti i propri effetti sull’economia, ed è per questo che politiche adottate uno o due anni fa si stanno traducendo in una crescita economica più forte adesso.

Angus Deaton Si parla molto del mercato azionario e della sua crescita. Esso, tuttavia, è in parte un sintomo di ciò che mi preoccupa, cioè il fatto che ridistribuendo il reddito dai lavoratori al capitale, il mercato azionario tende a crescere. Per alcuni questo è indice di un grande successo economico, mentre per altri di noi è indicativo dell’esatto contrario.

Foroohar Non è il momento di fare quello che Trump ha fatto, ovvero concedere ingenti sgravi fiscali alle multinazionali. Questo spiega perché la crescita sembra aver messo il turbo negli ultimi trimestri. A mio avviso, però, è un po’ come un picco glicemico che alla fine sfocia in un collasso. L’unica domanda che, secondo me, importa al presidente è «Succederà prima o dopo l’elezione di metà mandato e le presidenziali del 2020?»

Phelps Non ci sono le basi per pensare che Trump abbia inaugurato un nuovo decennio caratterizzato da una crescita molto più rapida. Finora, nessuna prova lo conferma. Tuttavia, la cosa che più mi preoccupa di Trump è la sua incapacità di comprendere che crescita e posti di lavoro qualificati sono strettamente collegati al dinamismo dell’economia. Perché vi siano innovazione, nuove sfide e cambiamenti c’è bisogno di un’economia dinamica. Trump non riesce a capirlo e non ha fatto nulla in proposito. Perciò temo che l’economia andrà avanti senza una direzione valida e senza buonsenso politico.

Project Syndicate L’economia statunitense si è indubbiamente ripresa dalla crisi di dieci anni fa, ma tale ripresa è stata tutto fuorché equa. La crescita dei salari continua a essere un importante tassello mancante. I benefici della crescita economica complessiva sono andati principalmente agli azionisti e ai dirigenti aziendali, non ai poveri e alla classe media.
Inoltre, malgrado i sondaggi indichino una maggiore fiducia nell’economia da parte degli americani, la maggior parte delle famiglie non sta notando alcun miglioramento apprezzabile nel proprio tenore di vita. Di fatto, i salari medi al netto dell’inflazione sono rimasti più o meno allo stesso livello di quarant’anni fa. L’amministrazione Trump sostiene che le sue politiche arrecheranno benefici alla classe lavoratrice, non solo a chi è già ricco. La riforma fiscale che i repubblicani hanno approvato alla fine del 2017, ad esempio, era stata venduta come vantaggiosa per la classe media. Nell’anno trascorso da allora, tuttavia, ciò ha avuto soltanto un debole riscontro. L’amministrazione Trump ha forse venduto aria fritta agli americani, molti dei quali, nel 2016, volevano disperatamente credere nel loro candidato?

Hubbard Beh, qui entrano in gioco diverse questioni. Una di esse è che la legge sui redditi d’impresa è stata una buona mossa sul piano fiscale poiché ha migliorato il clima per gli investimenti, la produttività e i salari, che in effetti si stanno riprendendo. Ciò, naturalmente, dipende in parte da un mercato del lavoro caratterizzato da scarsezza di manodopera, che è anche molto positivo per i lavoratori. Secondo me, però, l’amministrazione sta sprecando un’opportunità per fare qualcosa per i lavoratori meno qualificati, molti dei quali hanno probabilmente votato per Trump. Bisogna adoperarsi di più, innanzitutto, per aiutare le persone a formarsi e a mantenere un impiego, e in secondo luogo per sostenere il lavoro. Nel primo caso, penso a un miglior supporto alle università pubbliche e ai programmi di formazione. Nel secondo, alla necessità di un credito d’imposta sui redditi salariali o di una cassa integrazione molto più consistenti. Dobbiamo, come ripete spesso il mio collega Ned Phelps, “premiare il lavoro”.

Phelps Abbiamo anche bisogno di nuovi leader, che siano disposti a incoraggiare le persone a ritrovare e a ravvivare il periodo in cui gli Stati Uniti erano culla di una straordinaria innovazione. La gente pensa che una nuova leadership potrebbe far bene al Paese, e tale ottimismo contagia anche gli investimenti. Ma questo non si traduce in effetti reali visibili in termini di produttività o di salari reali (al netto dell’inflazione).

Hubbard Parte del problema legato alla produttività riguarda più il tempo che impiegano le tecnologie multiuso ad affermarsi nell’economia, che la politica fiscale. Il premio Nobel per l’economia Bob Solow disse una volta la seguente frase, rimasta poi celebre, «la produttività è visibile ovunque tranne che nelle statistiche sulla produttività», ma poi, quasi subito dopo averla pronunciata, la produttività è lievitata per quasi un decennio. Quando si tratta di tecnologie multiuso, possono volerci dai 25 ai 40 anni, e questo l’abbiamo appurato nel caso dell’elettrificazione, dei motori a combustione interna e dei computer centrali. Oggi, naturalmente, pensiamo all’intelligenza artificiale, ai big data e ad altre realtà simili. Risulta sempre difficile quando gli economisti invitano ad avere pazienza, ma è quello che dirò anch’io: «Abbiate pazienza». Emergerà nelle statistiche sulla produttività. Nel frattempo, però, dobbiamo fare di più, come Paese, per aiutare i lavori meno retribuiti.

Eichengreen I salari hanno cominciato a riprendersi, il che è del tutto logico in un’economia di quasi piena occupazione. La partecipazione della forza lavoro è un po’ aumentata anch’essa, ma non mi aspetterei un ulteriore incremento. Penso, in particolare, ai bianchi più anziani e a coloro che hanno solo un diploma di scuola superiore, che sono usciti dal mondo del lavoro e non vi rientreranno. Dunque, ora che siamo in piena occupazione, credo che gli stipendi cominceranno ad aumentare a un ritmo più rapido, fermo restando che il processo non venga interrotto. Ovviamente, la questione è se l’espansione continuerà.

Deaton Secondo stime del Financial Times, la Apple ha guadagnato 59 miliardi di dollari dalla riforma fiscale. Non mi è chiaro il motivo per cui l’azienda – che, stando a ciò che vedo, non impiega nessuno realmente – dovrebbe creare posti di lavoro e aumentare i salari in virtù di ciò. Fra l’altro, se si considerano gli stipendi medi o i redditi medi, non si tratta delle persone che sono state veramente danneggiate. A seconda di come si prendano i numeri, i salari medi sono fermi da cinquant’anni. Ma se si esaminano, ad esempio, gli stipendi medi delle persone che non hanno una laurea, essi sono diminuiti in modo costante negli ultimi quindici anni. Quindi, non è solo una questione di stagnazione, bensì anche di perdite reali. Oggi le persone stanno peggio di come stavano i loro genitori, e temono che i loro figli staranno peggio di come stanno loro adesso. Non vedono alcuna redenzione. Non ho idea di come la riforma fiscale potrebbe aiutare questa gente.

Eichengreen Il grande interrogativo riguardo alla crescita dei salari è se le politiche di Trump siano sostenibili. È giusto tagliare le tasse nelle ultime fasi di un’espansione? È sostenibile basarsi, per la spesa, su valutazioni molto elevate delle attività, oppure quello che è andato su può anche precipitare? E se questo accade, cosa si fa?

Foroohar Se pensiamo a ciò che sta davvero determinando la compressione salariale, pensiamo alla globalizzazione, agli stravolgimenti causati dalla tecnologia, e alle biforcazioni nell’economia. Ci sono molte grandi aziende che, pur essendo produttive, generano un minor numero di posti di lavoro. Le parti dell’economia a più alta densità di manodopera – industria manifatturiera, assistenza sanitaria, istruzione – restano indietro sul piano degli incrementi di produttività. Non vediamo investimenti dell’economia reale nell’istruzione, nella formazione professionale e nelle spese di capitale produttive che, invece, nel tempo, consentirebbero a questi settori di diventare più competitivi, e ai salari di aumentare di conseguenza. Al contrario, gli Stati Uniti hanno sviluppato un approccio molto orientato ai consumatori, alla riduzione dei costi, all’esternalizzazione del lavoro e a Wall Street, e ora ne stiamo vedendo i risultati.

Project Syndicate Storicamente, i presidenti hanno avuto più influenza sui trend economici di lungo termine che sulle fluttuazioni di breve termine. Alcuni di voi hanno già suggerito che lo stimolo risultante dallo sgravio fiscale dell’anno scorso è stato inopportuno. È ragionevole ritenere che l’aumento della domanda derivante dalla riduzione delle imposte, così come dall’incremento degli acquisti in vista dei dazi sulle importazioni, non continuerà?

Hubbard La tempistica dello stimolo è stata senza dubbio inopportuna. L’economia non aveva bisogno di stimoli. Io, però, credo che in realtà si sia trattato di una riforma strutturale che si è trasformata in stimolo, perché il Congresso ha deciso di non applicare alcuna compensazione fiscale alla frontiera né di farsi carico degli sgravi fiscali.

Deaton Se si approva una massiccia riduzione fiscale quando l’economia è in piena occupazione, il denaro per le spese fiscali deve arrivare da qualche parte, e il luogo più ovvio è l’estero. Io non mi occupo di macroeconomia, e su questo argomento vi sono opinioni differenti, ma come ha ripetuto nel corso degli anni Martin Feldstein dell’università di Harvard, i deficit pubblici portano a grandi deficit commerciali e a un dollaro più forte di quanto non sarebbe altrimenti. E questo ha eliminato molti posti di lavoro. Pertanto, ritengo che si possa affermare con una certa convinzione che la riforma fiscale distruggerà posti di lavoro, anziché crearne.

Eichengreen Sarà dura cancellare l’eredità fiscale di Trump, che è destinata ad assumere la forma di un onere debitorio ancora più pesante, difficile da ridimensionare in questo contesto di economia politica. Esso renderà lo stimolo fiscale molto meno efficace se e quando dovessimo ricorrervi di nuovo nell’ambito di un’altra recessione.

Project Syndicate Forse questo è il motivo per cui i repubblicani hanno tentato di spostare l’attenzione sullo sforzo dell’amministrazione di deregolamentare gran parte dell’economia statunitense. Ma una deregolamentazione radicale migliorerà le prospettive di crescita a lungo termine, oppure preparerà solamente l’America a un’altra crisi?

Eichengreen Quello che vogliamo non è la regolamentazione o la deregolamentazione, ma una regolamentazione intelligente, di quelle che correggono i fallimenti e le imperfezioni dei mercati. Se l’obiettivo è incoraggiare la spesa in conto capitale nel breve periodo, allora eliminare la regolamentazione ovunque la si trovi potrebbe essere la cosa giusta da fare. Ma se si vuole creare un’economia in grado di resistere alle crisi, a prescindere se si tratti di uragani o del fallimento di Lehman Brothers, così come un’economia che preveda un’equa distribuzione del reddito e delle risorse, allora servirà una politica fiscale che favorisca tali obiettivi. E con le politiche di regolamentazione vale lo stesso.

Deaton La cosa che più mi preoccupa di Trump è che è il presidente dei rent-seeker, i cacciatori di rendite. Lui ha promesso di svuotare la palude, ma tutto ciò che ha fatto è attrarre ogni tipo di creatura della palude. Se uno è un presidente dei minatori o dell’industria carbonifera, ovviamente sarà favorevole alla deregolamentazione, che però uccide le persone. Qui non si tratta di norme arbitrarie introdotte per impedire all’economia di crescere, ma per evitare che alcune persone ne uccidano altre. L’industria farmaceutica, ad esempio, sta mietendo numerose vite umane. La speranza di vita alla nascita è diminuita per tre anni di seguito per la popolazione bianca in America, un trend che non si vedeva dalla prima guerra mondiale e dall’epidemia di influenza del 1918. E questo a causa della ricerca del massimo profitto da parte delle grandi aziende farmaceutiche, specialmente quelle che producono farmaci oppioidi come la Purdue Pharmaceutical. Trump non fermerà tutto questo neanche fra un milione di anni.

Faroohar A mio avviso, la strategia della deregolamentazione è molto pericolosa. Soprattutto nel settore finanziario, una deregolamentazione al termine di un lungo ciclo di ripresa è proprio quello che non si auspica. In un siffatto contesto, parecchie istituzioni finanziarie cercano un rendimento. Vi è una crescente concentrazione di potere e insorgono problemi di monopolio che, secondo molti economisti, hanno un effetto frenante sull’economia. Non è il momento di deregolamentare. Ma lasciamo da parte questo aspetto e supponiamo che si possa perorare la causa di alcune forme di deregolamentazione. Questa amministrazione non ha una visione a 360 gradi. Una delle cose su cui ero abbastanza ottimista quando Trump ha assunto l’incarico era la possibilità che si profilasse una qualche strategia industriale per la Rust Belt. Se vi ricordate, all’inizio si era parlato di creare un collegamento tra le fabbriche e dei programmi di formazione scolastica e professionale. E il presidente aveva un consiglio per l’industria manifatturiera. Beh, ovviamente la cosa è saltata. In tutti i miei reportage non ho mai avuto la sensazione che i funzionari che lavorano per i ministeri del Lavoro, dell’Istruzione o del Tesoro parlino tra loro, o che nessuna delle persone incaricate di consigliare il presidente su questioni economiche abbia una visione a 360 gradi. Questa non è la Cina, non c’è una politica industriale e non c’è un piano. Perciò, quello che abbiamo è una serie di misure a casaccio, alcune delle quali si annullano a vicenda.

Project Syndicate Mentre potrebbe essere troppo presto per dire quale sarà l’eredità economica di Trump, alcune sfide ci attendono. I cicli della ripresa economica tendono a durare 8-11 anni, e questo in particolare è stato caratterizzato da una serie di politiche monetarie senza precedenti. Il quantitative easing ha certamente aiutato la nave che stava affondando subito dopo la crisi del 2008, ma una crescita fulminea dei bilanci delle banche centrali e anni di tassi di interesse molto bassi hanno lasciato i politici con pochi strumenti in mano per affrontare una fase discendente. Quando la prossima recessione colpirà, ci troverà pronti?

Phelps Un’altra crisi si profila all’orizzonte, non come quella del 2008-2009, ma sicuramente una contrazione ciclica. La disoccupazione è ormai a livelli insostenibili e gli investimenti, dopo aver ripreso quota grazie a un impeto di fiducia, sono a livelli che non si potranno mantenere.

Foroohar Molte persone, me compresa, sono preoccupate del fatto che la Fed e altre banche centrali possano esaurire le munizioni. Se pensiamo alla liquidità complessiva nei bilanci delle principali banche centrali a livello globale, parliamo di 15 trilioni di dollari. Si tratta di una quantità di denaro di proporzioni eccezionali, di cui stiamo già notando l’effetto onda con i problemi riscontrati di recente sui mercati emergenti. Inoltre, c’è l’enorme bolla alimentata dal debito della Cina. L’economia politica del paese può scongiurare il rischio che esploda come quella di Lehman Brothers, ma in ogni caso avrà un effetto frenante sulla crescita. Non penso che ne usciremo facilmente.

Eichengreen Nel caso di una recessione, la resistenza politica a uno stimolo fiscale in un’economia pesantemente indebitata sarà maggiore. L’eccesso di debito ereditato implicherà che uno stimolo aggiuntivo agiti ulteriormente coloro che sono già preoccupati per la sostenibilità del debito.
Project Syndicate: Quindi, quale sarà il lascito dell’approccio ispirato all’“America First”?

Hubbard È sempre difficile stabilire quale sarà l’eredità economica di un presidente, perché è impossibile farlo finché non cala il sipario. Se hai avuto successo all’inizio, ma poi hai fallito in seguito, la gente se lo ricorda, e viceversa.

Foroohar Trump sarà considerato come qualcuno che ha versato benzina su una bolla del debito societario già sopravvalutata, e che forse sarà responsabile della prossima recessione.

Phelps Adottando misure per proteggere i lavoratori americani, alcuni dei quali da difficoltà legate a sviluppi all’estero – leggasi “Cina” – Trump sta precludendo qualunque possibilità di innovazione. Invece di battersi per promuoverla, punta a proteggere le persone e a mantenere uno stato stazionario poco dinamico e noioso.

Eichengreen Dovremo aspettare e vedere cosa succede. Quello che viene deregolamentato oggi potrebbe essere nuovamente regolamentato domani, a seconda delle lezioni economiche e politiche che ne trarrà la popolazione.
Gli elettori della classe lavoratrice non hanno avvertito i benefici dell’espansione, anche se si continua a promettere che arriveranno. Trump è stato eletto per via della crescita insoddisfacente, ma si trattava anche di una crescita disuguale e di insicurezza economica. Credo che la sensazione di insicurezza economica sia ancora tutta lì. In un altro senso, l’elezione di Trump riguardava anche la politica dell’identità. Tale elemento, che ha favorito Trump alle ultime elezioni, potrebbe ora giocare a favore di altri, dal momento che molti candidati di colore si stanno facendo avanti.

Deaton Non è l’economia ciò che mi preoccupa, bensì l’attacco alla democrazia. Questo e la deregolamentazione – rigirare il sistema legale per favorire gli interessi aziendali – sono destinati a peggiorare di gran lunga le condizioni di coloro che hanno votato per Trump. Odio pensare a quello che faranno fra dieci anni. Non se ne andranno via.

Angus Deaton è un economista premio Nobel e professore emerito alla Princeton University. Barry Eichengreen è un commentatore di Project Syndicate e docente di economia e scienze politiche all’università californiana di Berkeley. Rana Foroohar è una cronista e associate editor per il Financial Times. Glenn Hubbard è il rettore della Columbia Business School. Edmund S. Phelps è un economista premio Nobel e il direttore del Center on Capitalism and Society della Columbia University.

Project Syndicate, 2018

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