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L’economista: «La recessione Usa è già arrivata»

Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V

di Marco Valsania

Coronavirus, in Usa possibili chiusure simili a quelle europee

Levy di Berenberg stima forti contrazione nel primo e secondo trimestre, con l’eliminazione di due milioni di impieghi. Esclude una ripresa a V


2' di lettura

New York – La recessione americana è già esplosa ed è senza paralleli nella memoria contemporanea, né paragonabile alla crisi finanziaria e immobiliare del 2008, né agli shock petroliferi degli anni Settanta. Di più: anche ogni recupero, quando ci sarà e ci sarà soltanto in presenza di allentamenti dell'assedio della pandemia, sarà lento, difficile e parziale. Né un'aggressiva Federal Reserve, che in un solo fine settimana ha sfoderato tutte le armi che aveva utilizzato dodici anni or sono, né interventi fiscali, potranno oggi in qualche modo esorcizzare il dramma della vasta serrata dell'economia e della profonda contrazione dell'attività. Nulla, insomma, potrà essere come prima, oggi e neanche domani.La diagnosi per l’economia americana, alla vigilia della crisi ancora la più solida al mondo, è di Mickey Levy.

Economista di Berenberg, ex capoeconomista di Bank of America, da sempre attento e sobrio osservatore di mercati e politica monetaria e fiscale, non è prono alle iperboli. Abitualmente, anzi, fa notizia per la sua sobrietà. Questa volta le sue parole non minimizzano. «L'economia statunitense è in recessione», afferma sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari questo veterano di tante crisi. «Avremo una dura contrazione dell'attività economica e del Pil nella prima metà dell'anno, con un calo del -4,5% nel primo trimestre e dell'11,7% nel secondo», pronostica.

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Non basta. Levy avverte che ogni risalita sarà faticosa, molto faticosa: «Prevediamo una graduale ripresa e non un recupero a forma di V, che rispecchierà i postumi dei traumi alla fiducia dei consumatori e forti declini nella produzione di business, che farà i conti con lo smaltimento di scorte precedenti, ulteriori flessioni degli investimenti e deboli esportazioni». Non è il solo a temere crisi più protratte: Citigroup dà il 40% di probabilità a debacle dai tempi allungati.

«L'economia non tornerà dov'era prima», conclude Levy. L'unica via d'uscita, precisa, si aprirà quando ci saranno «chiari e attendibili segni che la pandemia allenta la presa», solo così potrà esserci un aumento della fiducia grazie agli interventi annunciati o in arrivo di banche centrali e governi. «Allora il massiccio stimolo monetario aiuterà e le anticipate azioni fiscali forniranno necessario sostegno al reddito alle famiglie e finanziamenti alle piccole aziende». Anche in simili circostanze però non si fa alcuna illusione: «Anticipiamo una ripresa moderata che sarà più lenta del brusco declino che stiamo vivendo».

Ecco la sua analisi in maggior dettaglio per gli Stati Uniti: un drammatico calo dei consumi nel primo trimestre, -10%, e ancora peggiore nel secondo, -18 per cento. Le imprese avranno crolli degli investimenti, -12% e -22% solo nei primi sei mesi dell'anno. Tra marzo, aprile e maggio spariranno almeno due milioni di posti di lavoro, facendo immediatamente schizzare il tasso di disoccupazione dal minimo storico del 3,5% a «ben oltre» il 5% e facendo precipitare qualunque ottimismo. I profitti aziendali crolleranno al passo di «molti multipli» della caduta del Pil, schiacciati da debiti, tracolli della domanda e del commercio.

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