LA TRATTATIVA SUL DEFICIT

L’economista Usa Eichengreen: «L’Italia chieda alla Ue più spazio fiscale in cambio di vere riforme per la crescita»

di Rossella Bocciarelli


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Barry Eichengreen, economista di Berkley, già consulente del Fmi

4' di lettura

Chi è più vulnerabile alla tentazione populista, gli Stati Uniti o l’Europa? Lo sono entrambi, per ragioni storiche molto diverse, è la risposta di Barry Eichengreen, a Roma per tenere le “Lezioni Federico Caffè” alla facoltà di Economia della Sapienza. Quanto al nostro paese, il consiglio dell’economista di Berkeley, già consulente del Fmi, è semplice: serve una contrattazione seria con Bruxelles, che chieda più spazio fiscale in cambio di riforme in grado di sollevare davvero il potenziale di crescita. Anche perché, se a un patto “di sostanza” non si arriverà, il rischio di una punizione dei mercati è assai concreto per l’Italia.

Come vede il futuro dell’Unione europea alla vigilia della Brexit e delle prossime elezioni Ue, al termine delle quali potrebbe aumentare il peso delle forze euroscettiche?
Penso che si sia determinata una tensione fra le identità nazionali in Europa, tra domanda di una autodeterminazione, da un lato, e ciò che l’Unione richiede, vale a dire la convergenza delle politiche dei paesi membri. C’è stato un lungo periodo di convergenza. Adesso stiamo assistendo a un forte contraccolpo. È una reazione vistosa in paesi come il Regno Unito o in Italia ma io penso che questa reazione possa essere gestita e contenuta attraverso il giusto tipo di riforme istituzionali in Europa. Come sappiamo, il Regno Unito ha sempre tenuto un piede dentro e l’altro fuori dal Continente: è un’isola, si è aggiunto solo a metà degli anni 70 all’Unione europea e non ha mai adottato l’euro.

E l’Italia?
Per uno dei sei paesi fondatori della Ue come l’Italia il discorso è assai differente. Il popolo italiano oggi è a disagio soprattutto per la bassa crescita, per la scarsa performance dell’economia. Certo, è facile prendersela con l’Unione europea, bersaglio preferito dei populisti, che vedono l’integrazione come un progetto d'élite, diretto da tecnocrati. Io penso, però, che i problemi e le cose sbagliate che hanno portato a un arresto dello sviluppo nel vostro Paese siano da ricercare prevalentemente in Italia. Ma anche l’Europa un errore lo ha fatto.

Quale?
Avrebbe dovuto offrire un patto all’Italia, concedere qualcosa. Avrebbe potuto accordare più libertà nell’uso della politica di bilancio, a condizione che l’Italia si impegnasse più seriamente a portare avanti importanti riforme strutturali. Invece l’Unione europea ha detto solo: ”no,no no”. Al contrario, io penso che in generale i paesi membri dell'Unione europea dovrebbero avere più autonomia nelle loro politiche di bilancio. Non c’è nessuna intrinseca ragione per ritenere necessario, ai fini del funzionamento dell’Unione monetaria, un controllo centrale molto forte della fiscal policy dei vari partner. Anche perché, se l’Italia crea un deficit eccessivo e porta il suo debito pubblico a un livello insostenibile, è proprio all’Italia che accadranno cose terribili. Negli Usa se la California sbaglia completamente politica e crea un debito eccessivo, la California fallisce.

Alcuni pensano che l’Italia possa costituire una sorta di mina vagante per l’Unione monetaria, altri ritengono che sia “too big to fail”.
Lo so: c’è chi ritiene che se il vostro paese dovesse generare un deficit eccessivo e andare verso un debito insostenibile verrebbe salvato. Beh, io non credo proprio che la Germania salverebbe l’Italia in quel caso. Così come non credo che l’eventualità di un debito italiano insostenibile potrebbe distruggere le banche francesi o tedesche. Penso, al contrario, che se l’Italia compie decisioni errate di fiscal policy sarà solo l’Italia a pagarne le conseguenze. Per essere chiari, nell’eventualità, del tutto ipotetica, di un tracollo finanziario, l’Esm non salverebbe l’Italia. E mentre per l’Italia le conseguenze di un’uscita dall’euro sarebbero drammatiche, l’euro andrebbe avanti anche senza l’Italia, esattamente come andrà avanti senza problemi con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Ma oggi il governo italiano, di fronte al rischio di una procedura per deficit eccessivo da parte dell’Unione europea, che cosa dovrebbe fare?
Dovrebbe negoziare con la Ue e mostrare anche un po’ di creatività nel negoziato: non limitarsi semplicemente a ritardare la messa in opera, l’anno prossimo, di promesse elettorali troppo costose. Il vostro governo dovrebbe proporre a Bruxelles uno scambio del tipo: noi facciamo le riforme che davvero possono aumentare il potenziale di crescita del Paese e voi ci permettete di aumentare un po’ il deficit. Certo, in mancanza di un accordo definito con la Ue, la possibilità di una reazione molto negativa del mercato esiste, è concreta.

Giovedì 13 dicembre la Bce terrà il suo ultimo meeting del 2018. Pensa che il Quantitative easing debba essere prolungato?
Penso che si debba procedere molto lentamente sulla strada della normalizzazione del bilancio della Bce: l’economia europea sta rallentando e stanno iniziando a rallentare anche gli Stati Uniti. E se l’economia internazionale marcia a scartamento ridotto non è certo il caso di stringere le redini della politica monetaria.

Ma nel 2019 il mondo si troverà di nuovo alle soglie di una recessione? E che giudizio si può dare ad oggi della Trumponomics?
Il rischio di una nuova recessione internazionale c’è e sta crescendo, anche se i previsori lo collocano non nel 2019 ma nel 2020. Quanto alla Trumponomics, credo che questa presidenza americana abbia fatto molte cose davvero pazze nel campo della politica ambientale, in quello del commercio internazionale e nella politica di bilancio. E con un deficit che tende a esplodere perché si è speso troppo, vi saranno pochissimi margini di manovra per una politica anticiclica quando arriverà la prossima caduta del prodotto.

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