Vienna

L’effetto Cindy Sherman su una generazione

Identità e trasformazione nella mostra al Bank Austria Kunstforum a confronto con le opere delle autrici successive

di Francesca Guerisoli

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Cindy Sherman, Un Untitled Film Still #58, 1980,Silbergelatineabzug,26 5/8 x 39 5/8 in. | 67,5 x 100,5 cm,KUNSTMUSEUM WOLFSBURG ,Courtesy of the artist and Metro Pictures, New York

Identità e trasformazione nella mostra al Bank Austria Kunstforum a confronto con le opere delle autrici successive


6' di lettura

La rinnovata ondata dei femminismi e le discussioni in atto sulle questioni che interessano la costruzione e la decostruzione dell'identità riaggiornano l'interesse nei confronti dell'opera di chi l'identità l'ha indagata per l'intero arco del suo percorso artistico: Cindy Sherman (Glenn Ridge, NJ New Jersey, 1954). Bettina M. Busse, curatrice del Bank Austria Kunstforum , propone presso lo spazio espositivo viennese la mostra «The Cindy Sherman Effect. Identität und Transformation in der zeitgenössischen Kunst» fino al 21 giugno, che indaga l'influenza esercitata dall'artista statunitense sugli artisti suoi contemporanei e le generazioni successive e sul modo in cui vengono affrontati i temi dell'identità, della trasformazione e decostruzione di sé.

Cindy Sherman, Untitled Film Still #48, 1979, Silbergelatineabzug 28 x 37 5/8 in. | 71 x 95,5 cm. Tate: Presented by Janet Wolfson de Botton 1996, Courtesy of the artist and Metro Pictures, New York

Chiusa in settembre la retrospettiva presso la National Portrait Gallery di Londra, oltre alla mostra di Vienna in corso, Cindy Sherman sarà protagonista anche alla Foundation Louis Vuitton di Parigi, che vedrà aprire in aprile una retrospettiva sull'intero arco della sua carriera e parallelamente presenterà una mostra in cui saranno esposti lavori della fondazione sul tema del ritratto e la sua interpretazione. A livello di mercato, in asta, se il 2014 è stato l'anno a più alto fatturato con 18,7 milioni di dollari aggiudicati, segnando anche il top lot con la serie di gelatine “Untitled Film Stills”, da allora l'artista ha perso terreno, scendedo da 7 milioni di fatturato del 2015 a 2,9 del 2019 e tassi d’invenduto oltre il 25%. Le sue gallerie – da Metro Picture a Gagosian –, interpellate nelle scorse settimane, non ci hanno fornito le sue quotazioni.

Cindy Sherman, Untitled #93, 1981, Chromogener Farbabzug, 24 x 48 in. | 61 x 121,9 cm, Astrup Fearnley Collection, Oslo, Norway, Courtesy of the artist and Metro Pictures, New York

Un’icona del contemporaneo
Le opere di Cindy Sherman sono icone dell'arte contemporanea, considerate un classico della fotografia performativa. I suoi lavori hanno smascherato l'azione dei media – così come della storia dell'arte occidentale e dei codici culturali – nel costruire l'identità femminile. La riproposizione, l'interpretazione e la decostruzione dell'artificialità dell'immagine della donna, dei modelli femminili, l'uso del corpo attraverso la moda o la pornografia sono temi che percorrono tutta la sua opera. Con la prima serie che diverrà un caposaldo del suo percorso, «Untitled Film Stills» (1977-1980), utilizza la macchina fotografica come uno specchio per mettere sotto analisi l'interpretazione delle identità sociale e sessuale. «Untitled Film Stills» è anche la serie che, parlando di mercato, ha registrato il record di aggiudicazione in asta: una raccolta di 21 stampe è stata battuta nel novembre 2014 da Christie's a New York per 6,77 milioni di dollari, buyer’s premium inclusi.

La mostra di Vienna
Per la mostra «The Cindy Sherman Effect», insieme a una trentina di opere dell’artista statunitense, Bettina M. Busse ha selezionato i lavori di 21 artisti in cui ha rintracciato collegamenti con l'opera di Sherman: “non è una domanda sullo stile, ma sull'argomento della mostra, l'esplorazione dell'idea / idee di identità e la loro trasformazione. (…) Nella mostra la preoccupazione non è tanto per la continuazione delle sue strategie e tecniche specifiche, ma soprattutto per le prospettive che ha così aperto per le generazioni successive di artisti. Con il suo lavoro complesso e poliedrico, ha spianato la strada a una rivalutazione aperta del tema dell'identità e della trasformazione in diverse forme e contesti”.

Ryan Trecartin, The Re'Search (Re'Search Wait'S), 2010, HD-Video mit Ton, 40′9,″Courtesy the artist, Regen Projects, Los Angeles and Sprüth Magers

L’influenza
Se la sua influenza è diretta sulla generazione di Sarah Lucas, Douglas Gordon, Pipilotti Rist e così via, per gli artisti appartenenti a una generazione più giovane come Martine Gutierrez e Ryan Trecartin, nati negli anni ’80, Busse sostiene che: “senza l'arte di Sherman non sarebbe stato possibile per loro affrontare il tema dell'identità così come fanno”.
Le opere di Monica Bonvicini, Sarah Lucas, Pipilotti Rist e Gillian Wearing – artiste nate un decennio dopo Sherman – ruotano attorno al tema dell'identità, del corpo e della trasformazione femminile nel contesto degli sviluppi contemporanei.

Douglas Gordon, Self-Portrait of You + Me (Richard Burton), 2006, Silbergelatineabzug, Rauch, Spiegel und Künstlerrahmen, 125 x 125 x 6 cm | 49 1/4 x 49,1/4 x 2 3/8 in. Sammlung Ringier, Schweiz © Studio lost but found/ Bildrecht, Wien 2020 . Foto: Paul Seewer

Monica Bonvicini
Monica Bonvicini ( Galleria Raffaella Cortese , Milano; Galerie Krinzinger , Vienna; prezzi delle opere compresi tra 10.000 e 250.000 €, dalla pittura alla scultura, dalle grandi installazioni alla fotografia, fino al collage) è autrice dell'unica nuova produzione in mostra, «Pas de Deux», che rievoca Identify Protection, del 2006. Costituita da imbracature edili che l'artista ha immerso in un bagno di gomma nera liquida che si fanno oggetto scultoreo calato dal soffitto dello spazio espositivo, evoca ma non rivela direttamente. Da un lato, questi oggetti appaiono molto “mascolini” nella loro presenza; dall'altro, il titolo “passo a due” cita una danza di coppia che suggerisce una relazione tra i corpi, affettuosa, amorosa. Per la critica d'arte e della fotografia Maren Lübbke-Tidow: “il suo lavoro ha una freddezza, ma emana qualcosa di insondabile, e questo la collega a Sherman. Entrambe hanno un buon senso del collasso sociale. Ed entrambe riescono a negoziare – senza mai dover esplicitamente analizzare o teorizzare – questa fragilità e imperscrutabilità nei loro lavori”. Leone d'Oro alla Biennale di Venezia del 1999, Monica Bonvicini struttura il suo lavoro intorno ai ruoli di genere, ai meccanismi di controllo e ai dispositivi di potere. Nella sua recente personale, «I cannot hide my anger», al Museo Belvefere 21 di Vienna ha realizzato un'installazione in risposta all'architettura del padiglione, progettato da Karl Schwanzer, che riflette le strutture di potere dominate dagli uomini, espresse nello spazio così come nella storia dell'arte, nella politica e nel linguaggio.

Catherine Opie, Hans, 1995, Chromogener Abzug, 50,8 × 40,6 cm | 20 × 16 in. Courtesy the artist, Regen Projects, Los Angeles and Thomas Dane Gallery, © Catherine Opie

Nella mostra al Bank Austria Kunstforum, l'opera di Bonvicini è posta in relazione spaziale con due opere che citano l'iconografia della madonna con bambino: il «Self Portrait / Nursing», 2004 di Catherine Opie ( Regen Projects , Los Angeles; Lehmann Maupin , New York, Hong Kong and Seoul) e «Untitled #216» (1989) di Cindy Sherman, che riprende la «Madonna di Melun» di Jean Fouquet e fa parte della serie di ritratti realizzati tra il 1988 e il 1990 in cui si traveste da musa, dama di corte, aristocratico, e così via che alludono a famosi ritratti della storia dell'arte.

Candice Breitz, Becoming, 2003, 14-Kanal-Video-Installation (7 2-Kanal-Video-Installationen), Größe variabel, Courtesy KOW Berlin, Film-Stills: Alexander Fahl

Candice Breitz
Si inserisce appieno nel solco tracciato da Cindy Sherman sulla definizione dell'identità femminile così come trasmessa dall'industria cinematografica il lavoro dell'artista sudafricana Candice Breitz ( KOW , Berlino, Madrid), presente nel Padiglione Sudafrica alla Biennale di Venezia del 2017 e che vedremo dal 9 aprile alla Tate Liverpool , Kunstmuseum di Bonn (fino al 5 marzo) e al Baltimore Museum of Art (dal 15 marzo al 12 luglio). Nella video installazione «Becoming» del 2003 – di cui il pezzo singolo «Becoming Meg» è parte della donazione di Claudia Gian Ferrari al MAXXI di Roma – l'artista interpreta in brevi sequenze cinematografiche sette star di Hollywood, rappresentative dei classici cliché dei ruoli femminili.

Le più giovani
L'artista più giovane in mostra è Martine Gutierrez ( Ryanlee Gallery , New York, prezzi da 1,500 a 65,000 $), nata nel 1989, di cui è esposta la serie fotografica «Indigenous Woman», vista alla scorsa Biennale di Venezia. La serie, prodotta per un servizio sull'omonima rivista patinata, presenta femmes fatales che si confrontano direttamente con il nostro sguardo o con qualcosa di esterno alla scena. Qui, l'artista affronta il tema dell'orientamento sessuale fluido e ricrea nuove identità utilizzando uno stile che cita l'alta moda così come le divinità azteche.

Vi sono poi icone dell'arte femminista, da Sarah Lucas a Pipilotti Rist. Di grande intensità e spensieratezza è l'installazione video «Ever is Over All» (1997) della svizzera Pipilotti Rist ( Hauser & Wirth , Londra). Il video, esposto alla Biennale di Venezia e acquisito dal MoMA , presente anche nella Friedrich Christian Flick Collection all' Hamburger Bahnhof di Berlino, presenta una giovane donna che si aggira leggiadra in un contesto urbano e spacca i vetri delle auto parcheggiate servendosi di un'asta che culmina con l'effige di un fiore. Un atto di liberazione che viene letto come atto di distruzione simbolica degli stereotipi comportamentali attribuiti alle donne.

Samuel Fosso, The Liberated American Woman of the 70s, 1997, aus der Serie Tati,C-Print, 125 × 125 cm | 49 1/4 × 49 1/4 in. © Samuel Fosso, courtesy Jean Marc Patras, Paris

L’african art
In mostra, sono in netta prevalenza le artiste rispetto ai colleghi maschi (14 su 21, oltre a Cindy Sherman). Tra gli artisti che si interrogano sull'identità e sulle questioni di genere, Samuel Fosso (Jean Marc Patras , Parigi, prezzi da 3.500 € per la serie di piccolo formato 70's Lifestyle, n. 1/12 fino a 40.000 € per le stampe uniche della serie «Black Pope») affronta il tema dell'identità africana con immagini della serie «African Spirits». Queste derivano dalle sue prime fotografie, scattate nella Repubblica Centrafricana alla fine degli anni ’70, in cui sperimenta abiti, pose e illuminazione dando vita a immagini che si oppongono sia alle immagini etnografiche distorte del suo continente sia alle leggi commerciali della fotografia di ritratto in studio. Gli «African Spirits» sono ritratti che si presentano come icone del movimento di liberazione panafricano, tra cui Martin Luther King Jr., Patrice Lumumba, Malcolm X, Kwame Nkruham e Muhammad Ali. La serie «African Spirits» è oggi in grandi collezioni museali: MoMA, Tate, Musée du Quai Branly-Jacques Chirac di Parigi, Deutsche Börse Photography Foundation di Francoforte e The Walther Collection di New York/Ulm (il formato 163x122 cm, edizione 5+2AP, va da 35.000 a 50.000 €; la serie completa di 14 immagini in largo formato, n° 5/5, è proposta a 600.000 €).

E ancora, un approccio singolare è quello adottato da Julian Rosefeldt ( KONIG Galerie , Berlino, Londra, Tokyo). Nell'installazione multimediale «Manifesto» (2015), di cui in mostra è presente la versione fotografica (i prezzi delle singole fotografie sono intorno ai 16.000 €), Cate Blanchett interpreta diversi ruoli recitando 12 manifesti di artisti immaginari costituiti da frammenti di 60 testi di futuristi, dadaisti, Fluxus, Suprematisti, Situazionisti e altri gruppi. Testi originariamente concepiti da uomini, recitati da una donna.

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